Ventisettesima Uscita

Copertina



Primo Piano:
Frida Kalho:
Autoritratto con collana di spine e colibrì (1940). Olio su tela

Libri:
HOMO DEUS
Yuval Noah Harari (Pagina 2)

Pagina 1
Architetture Impossibili:
ORBIS (South Melbourne)

La Arno Corporation ha progettato l'imponente ORBIS seguitando un principio di costruzione che parte dalla rimozione selettiva di una inutile massa in modo da dare evidenza alla struttura portante e mostrarla nella sua leggerezza e fluidità. Un principio secondo cui l'edificio minimale scandisce facciate che superano di gran lunga la composizione in sé sino al risultato finale che spazia dal moto dinamico alla snellezza sino a relazionarsi con la skyline urbana: sembra una struttura aliena in quanto mostra un carattere amorfo a metà strada tra l'avveniristico ed il futuribile. Sette livelli che ospitano al loro interno quarantotto appartamenti in cui l'aspetto concavo del lato settentrionale rompe la monotonia degli spazi circostanti in cui l'idea di blocco viene superato con questo concetto di armonia ed eleganza. In questo senso Orbis idea una nuova forma di espressione architettonica che dalla funzionalità rende l'architettura una via ibrida con la scultura in cui l'ARM Architetture spinge anche nella riprogettazione degli interni a cui si aggiunge la filosofia green per destinare gli spazi abitativi nella scelta di materiali pregiati e naturali in contrasto al rigorismo della geometria esterna: in un contesto che mira a progettare edifici unici e risolutivi che reinventano uno spazio abitabile ed artistico. Questa concezione di architettura proietta in avanti i concetti tradizionali modulari tipici dell'edilizia.
La Vaccheria (ROMA)
Il contemporaneismo Pop
13 settembre – 31 marzo 2025

Viaggio
nella Pop Art: un nuovo modo di amare le cose
A due anni dall'apertura di questo spazio espositivo entriamo in questa nuova mostra ad ingresso libero concepito da Giuliano Gasparotti e Francesco Mazzei con una serie di oltre duecento opere provenienti da collezioni private come quella Rosini Gutman: la mostra racconta il percorso di questa corrente artistica che a suo modo fu anticonformista e visse in diversi contesti sia italiani che internazionali apportando una radicale trasformazione del linguaggio artistico. Dalla Pop Art americana al Nouveau Realisme passando per la Urban Art alla New Web Generation tra mostri sacri del calibro di Andy Warhol, Roy Lichtenstein sino a Robert Rauschenberg o Marco Lodola.
Tale evento mette in mostra opere intramontabili che
danno al pop una degna cornice evidenziandone la perenne contemporaneità.
Pagina 2
Il Portale Dimensionale

Il titolo completo di questo formidabile testo del 2015 è Homo Deus. Breve storia del futuro in cui lo storico Yuval Noah Harari autore anche di Sapiens: da animali a dei. Breve storia dell'umanità del 2011 ed è giunto alla sua ultima fatica intitolata Nexus del 2024 in cui si cala nell'inquietante scenario contemporaneo. Anche in questo libro prestigioso Harari con molta semplicità si cala nell'analisi storica mettendo a confronto situazioni culturali in cui l'etica così come la filosofia divengono motore portante per comprendere la lenta evoluzione del genere umano su questo pianeta. Un percorso lento appunto ma che ha consentito al genere umano di evolversi e divenire il padrone della Terra essendo oramai lui in cima alla scala alimentare: soprattutto nel XXI secolo questi traguardi lo spingeranno ancora più in là perché oltre all'utilità per la sopravvivenza affina aspetti sconosciuti alle altre specie animali e tenta la via di una super-felicità non solo occupando il proprio spazio esistenziale ma abbattendo le sue angosce di provenienza come la morte. Il tentativo di cercare l'immortalità e di semplificare la propria esistenza servendosi di una forma di tecnologia che lo eguagli a Dio pur mettendo in discussione tutte quelle credenze che lo hanno gradualmente condotto passo dopo passo sino a questo momento. Un progetto assai ambizioso ma che l'umanità è stata in grado di compiere attraverso la ricerca.
Per dare al lettore la giusta collocazione nel lento percorso storico Harari affronta esempi pratici sino a contribuire ad un'ampia analisi antropologica che spazia dal confronto con gli animali in cui viene descritta la lotta per la sopravvivenza quando gli esseri umani stessi erano la forma vivente più esposta alla forza bruta dei grandi predatori; il passo successivo si concentra sulla creazione del linguaggio orale che nel corso di 70000 anni ha generato la nostra visione di progresso sino a creare un Umanesimo che ha posto l'uomo al centro del suo sistema di pensiero: l'essere dominante ed autocelebrato ha posto un'etica attribuibile al singolo individuo e non a forme spirituali relazionabili invece alle vecchie credenze. Processi analitici dettagliati e mai superficiali che mostrano un'attenta disamina di quelle prove che definiscono il fine ultimo di questa ricerca: è a questo punto che gli esseri umani oramai al massimo della propria evoluzione si servono di tecnologie sofisticate che lo aiutano ulteriormente a credere ed autoproclamare la propria deità ed è questo punto che elenca anche una serie di conseguenze nefaste che potrebbero poi rivoltarglisi contro. L'uomo divino è profetizzato come Super-uomo od Homo Deus dunque il quale servendosi di apparecchiature sempre più sofisticate sarà in grado di compiere miracoli come ad esempio divenire immortale od avere poteri sovrannaturali.
Pagina 3
DIVISMO Sylvester Stallone
L'eroe di una generazione
Rambo: l'esercizio fisico come codice di salute e successo
"La necessità fa virtù"

Sly è nato nel 1946 a New York presso un istituto di carità da un barbiere italiano emigrato negli Stati Uniti e da un'astrologa ebreo-ucraina: sin dal parto difficile che gli costò una paresi del lato sinistro del volto lo portò successivamente al rachitismo sino poi al trasferimento nel Maryland dove i genitori si separarono e furono gli anni in cui la frequentazione dei cinema alleviava al giovane parte dei suoi problemi. Si ispirò a Steve Reeves il grande attore dei peplum italiani decidendo così di curare il suo corpo attraverso l'allenamento ed all'età di quindici anni andò a vivere a Filadelfia con la madre dove frequentò la Abraham Lincoln High School pur non diplomandosi e sarà negli anni successivi che si iscrisse alla facoltà di arte drammatica facendo molti lavori umili. Visse la povertà come senzatetto e presa la laurea scrisse la sceneggiatura di Rocky Balboa che propose in Australia ma trovato dalla polizia aeroportuale con sostanze anabolizzanti finì sotto processo in cui ammise l'utilizzo di sostanze dopanti. Ha cercato sempre di risollevarsi con le sue forze ottenendo risultati che altri non avrebbero nemmeno immaginato: ha convertito i problemi fisici con i quali era nato in stimolo a non arrendersi allenandosi costantemente ed ottenendo il corpo che i sui fan potevano ammirare nelle pellicole che lo immortalavano.
A mano a mano che uscivano i film si poteva vedere il risultato non solo delle storie che narrava ma dell'evoluzione del suo corpo facendo diverse ore di allenamento e sopportando una rigida alimentazione. In altre parole da una parte la dimensione attorica e dall'altra quella atletica definivano i suoi traguardi come attore e persona fisicamente sana. Nonostante alti e bassi la sua ostinazione lo fecero emergere come attore di un genere cinematografico: l'eroe che combatte solo contro i soprusi, le ingiustizie, la crudeltà di un mondo spietato: Stallone per oltre un trentennio ha rappresentato il mito in cui tutti i maschi si identificavano per valori, forza e volontà di portare a termine ciò che è stato iniziato. Sappiamo che oltre alla carriera d'attore egli si sposò nel 1974 con Sasha Czack da cui avrà due figli per poi divorziare e sposare Brigitte Nielsen e da questo divorzio ebbe diversi flirt con altre modelle e attrici sino al suo ultimo matrimonio con Jennifer Flavin da cui ha avuto tre figlie. Un altro evento che ha messo a dura prova la sua esistenza privata è stata la morte del figlio Sage avuto dal primo matrimonio e dalle indagini è stato dichiarato che non fosse morto per droga ma per un arresto cardiaco provocato da antidolorifici in una situazione di arteriosclerosi. A prescindere dagli elementi della sua vita sono i film cult della sua carriera a renderlo unico: dalla saga di Rocky a quella di Rambo ha scelto soggetti solitari, tristi, abbandonati dal mondo che combattono per i propri valori e ideali.
Dalla rivalità con Arnold Scwarzenegger alla loro successiva amicizia Stallone appunto diviene mito per questa sua volontà che mette al centro dei suoi personaggi: Rambo in particolar modo esprime a pieno queste caratteristiche. Il personaggio che tornato dal Vietnam viene perseguitato dai poliziotti di una contea sino al suo arresto ed all'impiego che l'esercito americano ne farà di lui sino al terzo episodio di questa saga in cui muovendosi da solo contro l'esercito russo tenterà da solo di salvare il colonello che lo aveva addestrato: i due soli davanti ad una gigantesca armata e nell'impossibilità di portare a termine la loro missione andranno allo sbaraglio. E rispondendo alla battuta di cosa vogliano fare Rambo risponde:" Accerchiarli lo escludo" dunque l'attacco frontale sino al successivo aiuto dei ribelli mujaheddin. Tale personaggio è stato considerato dalla lista degli American Film Institute per i 100 migliori eroi e antagonisti sino poi a raggiungere il sesto posto nella lista dei primi 50 eroi dei film d'azione. Oltre al notevole incasso su scala globale l'immagine del mercenario solitario è stata determinante per celebrare l'icona del guerriero contemporaneo senza padroni che combatte per loro e che resta solo al punto di scegliere missioni impossibili e salvare ciò che reputa opportuno. Una macchina da guerra spietata e senza confini che però ha un cuore e che non lascia indietro nessuno: questo il live motive di John Rambo che chiude la saga: le pellicole che celebrano questo eroe/antieroe poco considerato dalle nuove generazioni ha fatto sognare quelle come la mia che ha creduto nei valori di giustizia prima della grande caduta.
Pagina 4
La Vetrina

Silvio
Natali e la prederminazione aprioristica
La VETRINA di questo numero ricorda un pezzo senza titolo
donato da un artista che conobbi diversi anni or sono: Silvio Natali. Erano i
tempi in cui collaboravo all'Eco Art gallery di Torino ed avevo organizzato un
ciclo AtomisticArt. Le opere di questo artista colpivano per l'assenza di
figurazione pura ma di comparti geometrici che poi occupava cromaticamente come
se si trattasse di piccole tessere incastonate tra loro seguendo una logica di
armonie e contrasti. La filosofia di vita dell'artista era diventata modus operandi: il suo concetto di
realtà secondo cui ogni elemento dell'esistenza fosse un tassello necessario
per un macro-disegno che regola le cose; dal piccolo al grande tale sovrastruttura
che alcuni identificano col destino o con la predeterminazione fa sì che nulla
avvenga per caso e ciò che è rinviato alla casualità invece adempia ad una
funzione più ampia e indecifrabile. Misteri che fanno parte di un'umanità che
via via ha sempre più perso il contatto con le cose e con la manualità: forse
proprio l'arte ha il compito di risvegliare in chi si approssima a questa forma
di linguaggio universale. Tali comparti ideali/spaziali riportavano all'antica
arte musiva solo che in questo caso era una scelta dettata dalla propria
esperienza e da un modo individuale di intendere l'espressione pittorica. Oltre
la mostra del tempo l'artista dunque mi concesse questo pezzo custodito nella
Serafica di Torino presso la Collezione RC ( Opera n° 16 a tecnica mista) e
tali aspetti sono descritti e affrontati ne AION.
Il Tetramorfo ovvero Il Quarto Libro
della Natura.
Pagina 5
Il genio pensatore:
Anna Magnani
La mamma d'Italia
Parlare di Anna Magnani significa parlare della Mamma d'Italia: rappresenta nell'immaginario collettivo lo stereotipo della donna del popolo che patisce le storture sociali e che nonostante la miseria, le difficoltà di un'Italia che usciva dal disastro bellico è disposta a combattere per amore e giustizia. Come non ricordare pellicole come Campo de' fiori (1943) o Abbasso la miseria! (1959) fino a Risate di gioia (1970) in compagnia di Totò. Bellissima di Luchino Visconti del 1951 a Mamma Roma di Pierpaolo Pasolini del 1962. Ma fu Federico Fellini nel 1972 a darle rilievo nel film Roma da cui fu poi anche coinvolta dalla televisione e dal teatro in cui aveva esordito giovanissima. Pensiamo ad esempio ad un programma radiofonico della Rai in cui aveva recitato il Pigmalione di G.B. Shaw diretto da Guglielmo Morandi già nel 1947.

Nata a Roma nel 1908 era figlia di una ragazza madre che la affidò alle cure della nonna materna senza mai conoscere il padre naturale che poi in seguito venne a sapere che aveva origini calabresi di un nobiluomo che si era spontaneamente allontanato dalle sue responsabilità genitoriali. La madre abbandonò dunque la figlia andando ad Alessandria d'Egitto seguendo un austriaco e questo fece circolare la falsa notizia che Anna fosse nata in Egitto: vivendo con la nonna e le sorelle di questa iniziò lo studio del pianoforte presso il Liceo musicale di Santa Cecilia e studiò recitazione frequentando Paolo Stoppa nella scuola d'arte drammatica e qui D'Amico la introdusse alle compagnie teatrali sino all'esordio cinematografico in La cieca di Sorrento (1934) di Nunzio Malasomma da cui una serie di film la resero celebre soprattutto dall'incontro con Vittorio De Sica che la fece recitare come protagonista in Teresa Venerdì del 1941. Raggiunse l'apice del successo fino alla sua ultima apparizione cinematografica nel 1972 e l'anno dopo morì lasciando alle spalle il vuoto.
Pagina 6
Riflessi Post-Globali dell'Arte
Il grande furto alla collettività
Quando l'arte finisce nel nulla
Nell'universo dell'arte sono tante, dico troppe le opere che dalla loro originaria collocazione sono improvvisamente scomparse: si tratta di una schiera sterminata di opere d'arte che in maniera illecita e poco scrupolosa sono state letteralmente rubate. Da una parte ci sono storie a lieto fine come nel caso di Leonardo da Vinci ma di tante altre di cui non abbiamo più notizie sono state risucchiate nel vuoto. Dovremmo partire dal fatto che l'arte sia un patrimonio comune ed assoluto a cui dare un valore economico è quasi un riduzionismo sul piano materiale citando il concetto benjiaminiano di mercificazione e di perdita relativa dell'aura per cui sia stata concepita a prescindere da un valore materiale. Secondo un'analisi accurata sulla faccia della Terra oltre settecentomila opere d'arte sono scomparse nel vuoto senza lasciare traccia e nonostante ricerche o tentativi per raggiungere i responsabili sembra che non ci sia via d'uscita: come dire sembra e sottolineo sembra che siano letteralmente sparite nel nulla. La lista di opere scomparse è variegata: tra i dipinti d'autore più celebri ad esempio primeggiano La Gioconda di Leonardo da Vinci così come il Ritratto di Signora di Gustav Klimt o l'Urlo di Edvard Much ma per fortuna questi sono stati ritrovati. Abbiamo casi invece in cui sappiamo della loro esistenza ma si sono persi come ad esempio il Ritratto del dottor Gachet di Vincent van Gogh: stando agli studi è passato di mano in mano sino poi a sparire come una bolla d'aria. Sempre di van Gogh qualche anno fa proprio nella fase pandemica è sparito Giardino della canonica (1884): colpisce il fatto che l'entità misteriosa che lo ha sottratto alla storia se ne sia vantato con le forze dell'ordine. Ma la lista di lavori scomparsi misteriosamente è sconfinata: pensiamo al Cristo nella tempesta sul mare di Galilea di Rembrandt van Rijn del 1633 sottratto negli anni '90 all'Isabella Stewart Gardner famoso per essere l'unico paesaggio marino di Rembrandt. Essenzialmente dovremmo dire che non si tratti di qualcosa di strano: in ogni epoca della storia le opere d'arte trattate come merce venivano trafugate tra un'invasione e l'altra con l'obiettivo di far bottino e portare a casa la propria ricompensa: potremmo citare i quattro cavalli bronzei di età ellenistica giunti a Venezia per mano dei crociati che li sottrassero dall'Ippodromo di Costantinopoli o ricordare furti plateali come quello compiuto durante la storia imperiale dal romano Verre che giunto in Sicilia prese a sé centinaia di collezioni e le portò via con la forza. Potremmo citare nel 1608 il cardinale Scipione Borghese che commissionò il furto dell'opera di Raffaello che rappresenta un Cristo morto e l'opera originariamente collocata in Umbria presso il convento di san Francesco al Prato di Perugia oggi sia ancora esposto presso la Galleria Borghese. Potremmo aggiungere le spoliazioni napoleoniche alle quali seguirono i richiami successivi di Antonio Canova a cui seguitò solo la restituzione della metà delle opere trafugate. E Caravaggio? La sua Natività trafugata nel 1969 dall'oratorio di san Lorenzo a Palermo fu addirittura rovinata perché prelevata con l'uso di una semplice lametta e che fino ad oggi non è mai stata trovata. Una lista nera di opere scomparse che include: un concerto a tre di Vermeer, una danza di Picasso sino a quel famoso caso di una testa di Ade realizzata in terracotta che improvvisamente è riapparve al Getty Museum di Los Angeles dopo essere stata acquistata da un riccone americano. Questi sono solo i casi eclatanti di un iter che ha visto centinaia di migliaia di lavori che non hanno più collocazione o meglio che da collezioni pubbliche siano cadute in mani di losche presenze che ne hanno fatto bottino e materiale di scambio riducendole a merce privata. Oltre al mero denaro credo si tratti soprattutto di amatori spietati che pur di possedere un simile tesoro siano disposti a tutto ed in molti casi riescano nella loro vile impresa: agiscono nell'ombra consapevoli di non essere visti e tanto meno di lasciare tracce; in altri casi hanno libero accesso ad ambienti per altri irraggiungibili e trasformano tali privilegi nell'occasione per estorcere e possedere privatamente. Immaginiamo poi come questi trafficanti d'arte vendano, scambino e svalutino pure l'essenza stessa di quell'opera universale con lo scopo di esporla privatamente e possederla come un tesoro inestimabile. Anche in questo caso l'egotismo si antepone al valore di una collettività che ha il diritto di studiare i costumi, le mode ed i caratteri estetici della storia proprio attraverso quelle opere che hanno segnato un passo unico nel panorama della cultura globale. In altri casi credo che sia più un fatto individuale che definisco cleptomania intellettuale la quale è una sotto forma di narcisismo infantile determinato dal desiderio di dimostrare non tanto al prossimo di sottrarre qualcosa di valore ma di possederlo, di averlo a sé. In questo caso sono figure che non hanno stima, valore, rispetto nel senso che partano dal presupposto che le masse non comprendano la cultura perché prive di conoscenza e per questo li giustifichi nell'azione di sottrarre l'opera ad una massa vuota ed ignorante. Non esistono aggettivi per descrivere la pochezza di questi atteggiamenti; non è un fatto psicologico, non è un fatto culturale, non è un fatto sociale. Chi tolga alla collettività la possibilità di poter solo ammirare tali opere storiche è solo un ladro. Un ladro di sogni, un mercenario, un essere privo di scrupoli che merita di restare solo e vecchio seduto nella sua poltrona di lusso ad ammirare nella sua miseria d'animo quel capolavoro che dalla storia è stato sottratto: peccato che venga contemplato da quell'essere arrogante che ne è venuto in possesso e che non sta a me giudicare.
Pagina 9
Modelli Culturali:
Quando le parole non bastano

Molte volte siamo tentati di rilasciare dichiarazioni semplicemente per il sospetto di fatti a cui in realtà non presentiamo davvero attenzione. Eppure tutti sono pronti a scagliarsi contro qualcuno come gli haters o gioire delle disgrazie di persone antipatiche. Le parole non bastano per descrivere lo sgomento che provo quando sento accusare qualcuno senza fondamento. E' il caso di insulti che leggo su personaggi famosi magari coinvolti in fatti giudiziari ancor prima che venga emessa una sentenza. Il prof. Sgarbi ne è l'esempio portante: molte volte esagera televisivamente alla luce dei riflettori ma ciò non nega il fatto che sia un intellettuale dall'intelligenza e dalla cultura senza pari. Vittorio Sgarbi risulta spesso antipatico: ma la cultura viene prima d'ogni cosa e su questo non si può certo dire nulla eppure è proprio questa forma esteriore a contraddistinguerlo anche se poi innanzi ad una lectio su quella che è la sua materia potremmo restare ore intere ad ascoltarlo data la competenza e profondità delle considerazioni. Quando lo conobbi nel 2013 a Baldissero d'Alba (CN) presentai per conto de Il Salotto dell'Arte un mio progetto denominato Afrodisia che aveva per oggetto le donne nell'arte e venne il professore a presentare un suo testo Nel nome del Figlio: dopo la presentazione mangiammo insieme e rimasi sino alle 2.00 a parlare con lui d'arte: il maestro e l'allievo senza pubblico, senza luci della ribalta e trovai una persona educata, sobria, pragmatica che parlava ed ascoltava senza presunzione ed ora che quelle stesse luci della ribalta gli si schierano contro è necessario che qualcuno valorizzi la sua cultura a prescindere dall'esito dell'inchiesta e di qualsivoglia provvedimento legale. Da una parte infatti c'è l'accusa di uno scandalo a proposito del dipinto rubato di Rutilio Manetti un manierista seicentesco a proposito de la Cattura di san Pietro a cui, stando alle dicerie, avrebbe fatto apportare l'aggiunta di una candela dall'altra invece ci sarebbero altre due opere scomparse: ovvero di un altro dipinto del Seicento e di una statua sottratti da un palazzo nobiliare che sarebbero poi ricomparsi in mostre effettuate a Ferrara e Rovereto. Così come la questione del Seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio di cui fece realizzare delle copie digitali e di cui non si conosce la fine: lo definiscono il Sistema Sgarbi. I fatti vedono coinvolti il giornalista Thomas Mackinson che aveva indagato sul primo ipotetico furto sino all'apparizione delle opere comparse nelle rispettive mostre: da una parte il Compianto Cristo morto di Giovanni Battista Benvenuti detto l'Ortolano e per quanto riguarda la mostra su Giotto e il Novecento parliamo della scultura in terracotta di Raffaele Consortini intitolata Madre e figlio del 1993. Oltre la fase delle indagini preliminari in cui valeva il principio stesso di presunzione di innocenza che vedeva le parti in causa fare le proprie dichiarazioni e l'esito finale Sgarbi risponde che si tratti solo di ricostruzioni giornalistiche in modo che all'opera del Manetti ad esempio bisogna capire se si tratti o no di furto o se quella dell'Ortolano sia o non sia una copia sino poi alla scultura che dovrebbe avere delle differenze notevoli da quella contestata. Oltre l'esito della magistratura tutto ciò non basta a screditare lo Sgarbi intellettuale. Spero che le vicende descritte non mettano in cattiva luce il valore culturale così come della credibilità del grande professore ferrarese: nel nostro panorama culturale ho avuto modo di conoscere i diversi critici datati che fanno parte del ghota intellettuale riconosciuto dai media e posso affermare a pieno titolo che il prof. Sgarbi sia uno studioso dedito al suo lavoro ed una persona integra. Il personaggio televisivo resta televisivo come quando prese uno schiaffo da D'Agostino o quando gridava "Capra" agli interlocutori azzittiti dalla sua irruenza.
Pagina 10
Mondi paralleli
Storia del Cinema
OBLIVION
Cloni di un'intelligenza aliena

E' del 2013 il film di Joseph Kosinski in cui un cast d'eccezione pensando a Tom Cruise e Morgan Freeman danno credito ad una trama fantascientifica estremamente coinvolgente. Siamo nel 2077 in una realtà post-apocalittica ed il protagonista Jack Harper lavora come tecnico in un tempo in cui i terrestri dopo la contaminazione da radiazioni hanno abbandonato il pianeta Terra. Il tutto avvenne quando fu avvistata una nave alinea che invase il nostro pianeta e dalla guerra nucleare vennero le complicazioni climatiche: lui e la compagna Victoria Olsen lavorano alla manutenzione delle idro-trivelle mentre dei droni controllano per via aerea le differenti aree affinché le sacche di resistenza non turbino l'equilibrio. Anche la coppia aspira a raggiungere la colonia su Titano tentando di alimentare la nave madre Tet che controlla che tutte le operazioni avvengano normalmente. Tutto questo però viene messo in discussione a causa di una serie di Flashback che sopraggiungono episodicamente a Jack il quale ricorda il corteggiamento a una donna a New York prima della catastrofe: i ribelli alieni sarebbero degli Scavengers che oramai vivono in maniera nomadica e questo lo stimola a studiarli sino ad una presumibile cattura da cui la farà franca grazie all'intervento di un drone.
Dunque il lavoro ordinario prosegue normalmente ed a questo segue la conoscenza del personaggio vedendo che sia riuscito a ricavare un piccolo angolo di paradiso ove custodisce oggetti comuni del vecchio mondo ascoltando musica dei nostri anni. In questa sorta di casa-museo i cimeli del vecchio mondo prima della catastrofe assumono un ruolo centrale ove i sentimenti nostalgici e il desiderio di restare sulla Terra sono molto forti. Ad un certo punto però attratto dal segnale di un radiofaro Jack si precipiterà sul luogo in cui è avvenuto l'impatto e trova una navicella spaziale detta Odyssey con delle capsule di ibernazione mentre i droni tentano di eliminare tutti i superstiti. Jack riesce a prelevare una donna e salvandola dall'attacco dei droni la porta nella sua dimora alla presenza della sua compagna. La superstite si chiama Julia Rusakova ed è molto confusa: chiede di non essere consegnata ai membri del Tet perché secondo lei la vorrebbero morta. Jack nonostante la diffidenza della sua compagna riporta Julia nel luogo dell'impatto ed è qui che vengono catturati dagli Scavengers: al loro risveglio comprenderanno la realtà dei fatti. Secondo loro infatti quando avvenne sessant'anni prima l'attacco alieno furono lanciati sulla Terra dei cloni con le fattezze di Jack al servizio di queste entità che contribuirono alla perdita del nostro spazio d'esistenza. Il vecchio Malcolm Beech ex marine spiega che l'unica arma per neutralizzare i veri alieni sia un drone che potrebbe essere attivato esclusivamente da Jack. Da questo momento comprende di essere stato preso tra gli astronauti dell'Odyssey: furono catturati dal Tet alieno per essere poi clonati ed utilizzati per neutralizzare gli esseri umani. Erano Jack e Victoria mentre gli altri furono messi in salvo e solo ora precipitavano sul pianeta.
Dunque Julia era la sua compagna e Vittoria prende assai male la cosa avvisando la nave madre: costei non crede nella versione di Jack mettendo anche in campo una certa rivalità verso Julia. Alla fine verrà assassinata dai droni mentre Jack tenta disperatamente di fare qualcosa. Scopre che la Terra era stata divisa in quadranti ed in ognuno di essi c'era una coppia Jack/Victoria cloni al servizio del Tet senza che nessuno sapesse. Dopo una dura resistenza che compromette la vita di molti Jack decide non solo di attivare il drone ma di recarsi con il vecchio Malcolm a bordo del Tet e neutralizzare una volta per sempre l'invasione aliena che stava prosciugando la Terra di tutte le sue risorse naturali. Dopo diverse peripezie i due ribelli riescono ad essere accolti dalla nave madre aliena e qui un'immagine ologrammatica, una sorta di divinità artificiale parla a loro ignara del fatto che stia per giungere alla fine il programma di conquista che andava avanti oramai da diverso tempo. Jack e l'ex marine sacrificano la propria vita mentre Julia si risveglia all'interno della capsula consapevole di aver perso per la seconda volta l'uomo che amava.
Eppure dopo tre anni lei e la loro figlia incontrano diversi sopravvissuti e tra questi l'ennesimo clone di Jack.Pagina 11
Arte dentro l'Arte
La guerra giusta
Tra pittura, cinema ed esistenzialismo

Nel film Oblivion troneggia ad un certo punto questo dipinto realizzato da Andrew Wyeth: nel film è appeso nella parete della piccola casetta nascosta di Jack come rifugio di anticaglie attraverso gli oggetti che raccoglie tra la spazzatura del pianeta. Il senso nostalgico di questo clone consiste in una serie di flashback che lo riportano indietro nel tempo e qui tra musiche del nostro tempo ed oggetti vari spicca questa tela prestigiosa intitolata Christina World e fa parte della storia dell'arte statunitense in quanto l'opera realmente si trova presso il Moma di New York. L'opera del 1948 fu realizzato da Wyeth nell'osservare una sua vicina di casa Christina Olson affetta da una malattia detta di Charcot-Marie-Tooth ovvero da una sorta di sindrome neurologica che colpisce il sistema nervoso sino ad una quasi totale atrofizzazione degli arti e dei muscoli. L'opera colpisce non tanto per la perizia di dettagli esecutivi ma per la tensione che comporta il soggetto stesso: assiste lo spettatore a questa immagine di ragazza distesa a terra sul prato come potrebbe essere per una qualsiasi ragazza; solo che questa è di spalle e sembra appunto veicolare lo sguardo e l'attenzione stessa verso la dimora retrostante e ciò spingerebbe l'attenzione a radicarsi sul fatto che la ragazza sia sul punto di spostarsi o di alzarsi e dirigersi verso l'abitazione dominante posizionata in profondità. La caratteristica invece sta nel fatto che quella ragazza non sia come le altre ma che dovrebbe strisciare per poter muovere il suo corpo. Quel prato sterminato diventa una lunghezza esorbitante tra lei e quella minuscola casetta vista in lontananza perché il suo corpo è diventato una prigione e la libertà degli spazi aperti la condanna alla propria esistenza.
Ecco come un soggetto apparentemente comprensibile diventi poi qualcosa di diverso dall'immediato data la conoscenza del soggetto: se poi aggiungessimo che lo stesso dipinto fu citato nel racconto di Arthur C. Clarke in 2001 Odissea nello spazio il gioco è fatto. Dunque cosa c'entra il dipinto che raffigura la poliomielitica Christina Olson a Cushing nel Maine che lottò fino alla morte con i personaggi di Oblivion? Hanno in comune di combattere sino alla morte nel loro spazio senza vie d'uscita: come il reale soggetto del dipinto qui i personaggi sono condannati da Jack che risvegliatosi sacrificherà la sua stessa esistenza pur nella consapevolezza di essere un clone sacrificando i ricordi o gli stralci di memoria ancora rimastigli ma che avevano fatto di lui un essere unico seppur una copia di quello vero prelevato dagli alieni circa una sessantina di anni prima. Nessuna forzatura dunque nell'ammettere che esista un ponte tra questa tela citata nel film quanto nel romanzo di Clarke secondo cui il desiderio forsennato di fermare le lancette dell'orologio sia impossibile per quanto audace e pretenzioso: l'uno sacrifica sé stesso per il bene degli altri; l'altra nella realtà soffrì di un male che la isolò dal mondo spingendo l'artista di Chadds Ford ad immortalarla nel 1948. Dunque un mondo dominato dagli alieni porta dei cloni umani ad operare per loro con lo scopo di prelevare le materie prime del nostro pianeta e risucchiare tutto ciò che possa mantenere in vita la propria specie proprio come il male interiore che prevarica sulla giovane malata che doveva lottare non contro forze provenienti dall'universo esterno ma che dimorava dentro di sé. Victoria e Jack sono le due facce della stessa medaglia: combattono una guerra giusta ed entrambi sacrificheranno la loro esistenza. Il protagonista del film raggiunge i suoi creatori e penetrando dentro la nave madre si lascia esplodere neutralizzandoli mentre Victoria visse con il suo male sino alla fine dei suoi giorni.
Lo spazio tra lei e la casa è incolmabile perché non ha i mezzi per raggiungerla.Pagina 12
Le donne nell'Arte
FRIDA KAHLO
L'artista messicana della rivoluzione

Dalle dichiarazioni del 1953 dell'artista sul Time Magazine Frida sostenne di non essere una pittrice surrealista perché mai aveva rappresentato i suoi sogni ma fatti appartenenti alla sua vita privata che le avevano segnato l'esistenza: lei che aveva studiato al Collegio Aleman per diventare medico legandosi al movimento studentesco Cachuchas sosteneva il socialismo nazionale entrando così nelle grazie del giornalista Gomez Arias. Ma nel 1925 un incidente su un autobus le stroncò la giovinezza e questo la costrinse a stare a letto e dipingere per diverso tempo: la colonna vertebrale si spezzò e con questo anche la sua vita precedente. Negli anni successivi conobbe il celebre Diego Rivera desiderosa di avere da lui direttamente una critica a ciò che aveva fino a quel momento prodotto: divenne attivista del partito Comunista messicano partecipando a numerose manifestazioni sino poi al loro successivo matrimonio. Furono gli anni statunitensi perché al marito fu offerta la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico americano attraverso un murales per il Rockefeller Center di New York. E la cosa si risolse in un flop dato che Rivera tra i soggetti del suo affresco dipinse Lenin portando lo scompiglio dei committenti sino poi a perdere le commissioni. Quelli erano gli anni in cui rimase incinta e le tensioni tra lei ed il marito portarono ad un aborto spontaneo che la sconvolse ulteriormente. Nonostante una fase di crisi matrimoniale i due tornarono insieme e nel 1940 dopo un secondo matrimonio iniziò a dipingere piccoli ritratti che esaltavano le sue origini precolombiane mettendo in evidenza le forme gerarchiche matriarcali delle civiltà messicane. Così l'artista che non poteva diventare madre decollò sul piano artistico. Erano gli anni in cui ospitarono Lev Trosckj ed il poeta André Breton sino poi a farsi scoprire dal grande pubblico per la sua arte. Nel 1953 perse una gamba che le fu amputata a seguito di gangrena e successivamente morì per embolia polmonare nel 1954 all'età di quarantasette anni. Venne cremata e le sue ceneri vennero conservate nella sua Casa Azul ove esiste ancora oggi il Museo Frida Kahlo ove sono scolpite le sue ultime parole:" Spero che l'uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più". Fu una personalità forte e controversa in cui le disgrazie individuali la chiusero in un mondo alternativo fatto di miti e delusioni, di problematiche di salute che la isolarono e di rivendicazioni ideologiche che la tenevano in vita Forse il dolore più grande fu proprio quello di non dare alla luce dei figli tanto da dedicarsi alla pittura e trattare i suoi lavori quasi come se fossero le sue creature. In questo atto di sostituzione a cui dobbiamo aggiungere i periodi di lunga degenza la posero nella condizione di predisporre accanto al letto uno specchio convertendo così l'immobilità in ricerca dei dettagli del proprio corpo ed in particolar modo del proprio volto. Sono tanti infatti gli autoritratti che celebrano il suo volto ed il corpo martoriato in cui i dettagli a volte chirurgici la mettono nella possibilità di scatenare la sua autocritica e l'humor nero sino alle celebri esposizioni di New York nel 1938 di Parigi nel 1939 e di Città del Messico nel 1953 poco prima di morire. Fu in questo arco di tempo che dipinse tantissimo sino ad attirare Andrè Breton che la coinvolse nella mostra parigina: pur non sentendosi surrealista apprezzava le opere di Salvador Dalì ma non le interessava sognare se non esprimere simbolicamente i gradi concreti della sua sofferenza e del suo isolamento. Mettere in scena questi dettagli rappresentava per lei il momento riflessivo di congelarli, rimuoverli dallo spazio reale in quello metafisico ed in questo modo percorrere la via della guarigione. Eppure non guarì mai ed allo stremo per l'insufficienza del suo corpo, della mancanza della maternità ed infine dell'amputazione della gamba descrisse non surrealisticamente ma emotivamente questo senso di mancanza e frustrazione in cui gli orrori che pativa psicologicamente venivano in superficie. Queste opere amputate, cariche di dettagli e simboli del tormento dunque erano in antitesi con la sfera dei sogni ma di un universo complesso e agonizzante. Dunque pur frequentando i Night Club carichi di pittori surrealisti ne rimase affascinata considerando che attraverso questo movimento sarebbe sicuramente arrivata alla ribalta ma negandone i fondamenti ideologici. Frida è stata una donna prima che artista che ha sofferto sulla sua pelle il dramma di pregiudizi od elementi sociali che relegavano la donna a figura secondaria in una società in cui il genere femminile era ancora un passo indietro rispetto agli uomini: pittrice e moglie di un grande maestro pittore, idealista ma al seguito di idee comuniste che avevano la propria visione del mondo.
Pagina 13
Storia del Fumetto
Ancora gli Snorky
Storia di un insuccesso televisivo o di un flop?

Quelli della mia generazione sanno dell'esistenza di questo cartone animato del 1983 dall'ideazione statunitense di William Hanna e Joseph Barbera e che giunse in Italia nel 1984. Questi esseri colorati che vivevano nelle profondità marine erano contraddistinti per questa sorta di boccaglio naturale che avevano sulla sommità della testa e vivevano a Snorkylandia simulando la realtà umana in un contesto ovviamente acquatico. Eppure nonostante le caratteristiche dei personaggi e le simpatiche storie per bambini il cartone non raggiunse l'apice del successo come era stato per i Puffi che avevano una storia più vecchia se consideriamo che gli esordi venivano dal 1958 o il documentario Siamo fatti così che a partire dal 1987 trovò una maggior nicchia di interesse: al primo per l'iniziativa di affidare caratteristiche diversificate ai propri soggetti quanto al secondo invece per educare al miracolo scientifico del corpo umano. Al cospetto di questi mostri sacri dell'universo televisivo il cartone animato ebbe una tiepida accoglienza considerato che il fumetto originale del 1982 nascesse in Belgio dalla penna di Freddy Monnickendam per poi essere successivamente ridisegnati con le caratteristiche che noi conosciamo dal genio di Hanna-Barbera productions che li portò negli Stati Uniti nella rete televisiva NBC. Ed ecco personaggi come Grande Glu Glu padre di Ciuffino e Willie caratterizzato dal colore arancione; Superstellino di color giallo che divien il prtagonista della serie insieme a Ciuffino dai capelli blu e Bollicina dal colore rosa. In un modo o nell'altro è certo il distacco che non portò al pieno successo di questa serie animata: geniale creazione di un fumetto che tradotto nel linguaggio dei cartoni animati non portò ai risultati sperati. Troppo distante dai bambini una storia che tratti dei mondi sommersi dalle acque anche se poi la Sirenetta di Walt Disney del 1989 cambierà nel le cose.
Crititica della Critica
Call Center dell'Arte?
Una zattera al largo dai transatlantici
E' da anni che lavoro nel mondo dell'arte: dopo la laurea ho fatto anni e anni di gavetta tra gallerie d'arte e redazioni giornalistiche ancor prima di raggiungere il tesserino dell'Ordine dei Giornalisti. Prima di questi traguardi lavoravo e studiavo e molte volte nonostante il lavoro incessante per organizzare mostre ed eventi pittorici venivo a malapena pagato ricevendo un trattamento che spesse volte raggiungeva la gratuità. Eppure nel quindicennio precedente contattare artisti ed organizzare mostre era più semplice a differenza dei tempi in corso in cui artisti emergenti così come quelli affermati lamentano il lavoro perpetuo di esperti fai da te e giovani curatori che li contattano costantemente richiedendo soldi e sforzi che poi non portano da nessuna parte: tutti i giorni gli artisti ricevono email, telefonate, messaggi con la promessa di successo e di grandi vendite e che poi alla fine determinano solo uno spreco di denaro. Molti artisti sono scoraggiati di buttare via i loro soldi e non ottenere in cambio nulla. Dall'altra parte poi arrivano grandi fondazioni o riviste rinomate che utilizzando i fondi degli sponsor che li finanziano attraverso spazi pubblicitari ottengono un maggior grado di visibilità e per questo assorbono gratuitamente le maestranze pittoriche a basso costo inserendole magari in ampie collettive finanziate da fondi pubblici. Tutte ragioni che fanno del mio lavoro di ricerca un'avventura ancor più estrema: avere un giornale autonomo e così uno spazio espositivo indipendente significa navigare a vista su una zattera tra transatlantici abituati ad avere centinaia e centinaia di artisti che fanno la fila pur di essere tenuti in considerazione da grandi riviste, da eventi ampiamente finanziati e da firme prestigiose che vanno in televisione. Ed il paradosso è che per inserire marchi pubblicitari che finanziano un giornale sia impossibile: quella determinata azienda non è disposta ad investire su un giornale famoso e per questo credibile e così l'artista non è disposto ad investire se non per colossi che inseriranno il suoo nome su un'enciclopedia voluminosa tra centinaia di nomi esponendo in una super-collettiva od in qualche fiera dove ogni opera si smarrisce come un ago in un pagliaio. A questo punto dico: nulla è gratuito, neanche una caramella e per valorizzare il lavoro esso deve essere pagato come ogni cosa. Ciò non toglie che una massa di squali che monopolizza il sistema dell'arte sia lo stesso che lo ha messo in crisi massificandolo e portando gli artisti a non crederci più.
Pagina 14
Approfondimenti:
Zenos Frudakis
Si intitola Freedom (Libertà) la celebre scultura di Frudakis sita davanti alla SKG di Philadelphia. E' un'opera in bronzo ed è celebre per questa ventata di libertà ove una serie di figure incastonate nella parete via via si rianimano sino all'ultima che riesce a svincolarsi dal muro ossessivo di partenza per venire fuori ed alzare le braccia in senso trionfale. Mai come adesso in cui i valori e i diritti umani sono messi a dura prova dal sistema di riferimento od in un momento storico ove spiccano le contraddizioni di una società che aveva creduto nell'importanza della libertà. Ora sembra improvvisamente di svegliarsi e cadere nella trappola delle disillusioni. L'amarezza di una civiltà in declino viene sintetizzata dalla gestualità di quest'opera/manifesto che mette a confronto gli stati interiori di questi personaggi/fantocci ridotti a manichini impersonali assorbiti dall'omologazione: ognuno di essi tenta di venire fuori dalla propria configurazione ma uno solo ci riesce. Dall'altra parte invece sembra un'opera figlia della cinematografia perché ci catapulta improvvisamente nei frame di una sequenza filmica ove si assiste al divenire di un solo personaggio amorfo che tenta di svincolarsi dalla prigione in cui è stato congelato ed alla fine del suo percorso individuale riesce a trovare la via della liberazione; dal primo soggetto completamente inghiottito della parete all'ultimo invece che non solo si è liberato ma che ha trovato la forza di venirne fuori sino a quello rimasto indietro a lui prossimo che allunga un braccio chiedendogli di essere aiutato ed infine a quello a metà strada che pur essendo ancora assorbito volge lo sguardo verso colui che è prossimo alla libertà. Dunque a Philadelphia oltre alla celebre scala di Rocky ecco un esempio di opera scultorea. Lo scultore nato a San Francisco è figlio di un musicista e poeta greco ed ha iniziato a percorrere le vie dell'arte già a partire dal 1972 in compagnia del fratello maggiore. L'opera in questione è appunto una scultura in bronzo permanente che fonde l'idea di scultura ed istallazione e l'artista ha voluto consacrare questo messaggio di libertà assoluta in cui possono configurarsi i significati totali della libertà: da quella mentale a quella fisica, da quella politica a quella religiosa secondo un principio che metta in primo piano una metafora visiva per il processo di trasformazione di tutti i valori. Interessante che sia stata ottenuta da una lastra istallata a livello del suolo su un muro esterno dell'edificio pubblico mentre l'ultima figura è autonoma ed a pochi metri di distanza dalla composizione divenendo uno di noi.

Freedom (2000). Scultura in bronzo
