
Il Direttore
Considerazioni:

Note del Direttore

XXXIX Speciale (MUSICA): Nota del Direttore
Cari lettori,
quest'anno Il Periodico d'Arte ripropone lo SPECIALE. New Magazine con questa seconda uscita speciale dopo quello dedicato alla MODA dell'anno scorso e costituisce il 39° numero e settima uscita dell'anno 2026.
Come dicevamo quest'anno lo Speciale tocca la MUSICA. Argomento vasto e quantomeno complesso: avremmo potuto distinguere generi musicali o tematiche invece ho valutato di proposito di toccare i diversi argomenti musicali amalgamandoli tra loro. Scelta complessa perché non è facile descrivere la musica classica nella stessa maniera della musica rock, non è semplice descrivere un genio come Mozart e metterlo sullo stesso piano di un cantante moderno.
Eppure la sfida consisteva proprio in questo: trattare dell'immenso serbatoio della musica mettendo sullo stesso piano narrativo i più grandi esponenti delle diverse discipline artistiche tendando di specificare quegli aspetti profondi che hanno suscitato attraverso la purezza del suono emozioni profonde, hanno toccato le corde dell'anima ed in questo hanno agito sull'animo con tecniche diverse, in epoche diverse e con modalità diverse. Ciò che deve compiere l'arte consiste proprio in questo movimento interiore, in questo prendere coscienza che i sentimenti non siano destinati solo all'interscambio di individui ma di idee che a prescindere dall'epoca di riferimento incidono universalmente sull'animo umano. Ed in questo torniamo ad Aristotele: scindeva tre tipologie di musica ed il modo di creare suoni aveva proprio lo scopo di indurre a delle frequenze emotive.
La musica Diastaltica spingeva alla volontà e all'azione; quella Sistaltica tendeva a svuotare, a indebolire la volontà; quella infine Esicastica dava ebrezza ed un profondo stato di stupore. La miscela di questi gruppi di note potevano incidere sullo stato interiore di un soggetto. Questo non lo avevano compreso solo gli antichi ma anche Joseph Goebbels ministro della propaganda nazista il quale impose la frequenza dei 440 Hz ovvero la diffusione della disarmonia per indurre l'umanità alla dissociazione in contrasto ai 432 Hz che stabilivano una frequenza naturale ed universale.
Secondo controverse teorie tutto ciò fu elaborato per
avere controllo sulle masse. Teorie speculative? Ogni giorno il bombardamento
mediatico abbassa le vibrazioni di ogni essere umano e la musica ascoltata
dalle nuove generazioni verte sulla negatività, su tematiche oscure, sataniche,
violente in cui non sembra esservi spazio per la bellezza e i sentimenti. L'imposizione
del 1939 affinché la musica suonata alla frequenza dei 440 Hz sembra
predominare nello scenario attuale. Non siamo in grado di stabilire se la situazione
in atto sia determinata da questo fenomeno: fatto sta che da allora la
frequenza standard di riferimento tuttora sia quella e che invece dovrebbero i
suoni rinviare ad uno stato di purificazione, di quiete e di guarigione. La
musica determina questo scopo: considerata tradizionalmente la quinta tra le
belle arti dopo l'architettura, la scultura, la pittura e la poesia dovrebbe
elevare lo spirito a qualcosa di immensamente grande e non calarlo in basso
come in molti casi succede. Ecco allora perché ho valutato di mettere insieme i
generi musicali e le tendenze che si sono sviluppate nel corso dei secoli e
comprendere come siano cambiati i costumi e di come la società si sia involuta massificando
sempre di più la propria visione del mondo sino ad annullarsi definitivamente.
XXXVIII Nota del Direttore
Cari lettori,
il settimo anno de Il Periodico d'Arte giunge al 38° numero considerato come la sesta e ultima uscita ufficiale del 2026. Dico ufficiale perché stiamo lavorando ad un secondo numero Speciale 2026 dopo il successo dell'anno prima..
E' stata un'annata complessa e difficoltosa sotto molti aspetti: da quelli storici che come è noto hanno trasformato la nostra quotidianità in un intreccio di vicende piuttosto nebulose che mettono a rischio il benessere collettivo; dall'altra le difficoltà economiche che riguardano tutti. Tra Spread, Titoli azionari, bancari, PIL ed inflazione assistiamo al lento decadimento sul mercato tra dazi statunitensi imposti a nazioni come la nostra già afflitte dal consistente debito pubblico. Tutto ciò ha inciso notevolmente sul tenore di vita collettivo e di conseguenza sulla scelta di artisti emergenti di investire il loro tempo e le loro risorse in percorsi espositivi o sull'organizzazione di mostre vere e proprie. La crisi sociale è diventata funzionale al cambiamento dello stile di vita: dalla collettività all'individuo il passo è breve.
L'arte ne risente ed il mercato dell'arte cade in un controverso meccanismo di stasi poiché un'intera classe media rischia di essere travolta dall'onda recessiva: da una parte la ricchezza aumenta e coloro che vivono decentemente continuano ad investire nell'arte e nel lusso dall'altra invece ci si impoverisce ed interi settori dell'arte si annullano progressivamente.
Gli artisti non sono più disposti a investire nella loro arte e la maggior parte pur svolgendo altre attività finiscono col credere che la loro creatività sia solo un hobby.
Ed è a questo punto siamo giunti al nocciolo della questione: contattare un artista emergente, spiegargli che metterò a disposizione le mie risorse e le mie competenze per divulgare il suo operato e che tutto questo debba essere coperto da spese di base non è assolutamente semplice. Ciò che offro ad un artista oltre che un articolo giornalistico in cui attraverso un'intervista do la possibilità di dire ciò che pensa; a questo però aggiungo la programmazione di una mostra, la creazione di una brochure che in una sede espositiva presenterà l'artista ai visitatori ma il pezzo forte è collocarlo all'interno di un testo di storia critica dell'arte entro cui analizzarne le caratteristiche estetiche, tecniche e stilistiche.
Infine la pubblicità telematica attraverso siti, piattaforme preposte e perpetua pubblicità affinché l'artista non esista solo digitalmente ma anche sul piano giornalistico e storico-critico.
In questi termini parlare di gratuità significa annientare il mio operato. Di cosa dovrei vivere? Mettere a disposizione tutto ciò che serve ad un pittore per mostrare al pubblico le sue opere; parlare direttamente ai visitatori, invitare collezionisti presentando brochure ed un testo storico artistico con l'obiettivo di storicizzarlo. Tutto questo prevede ovviamente la vendita dei suoi lavori di cui abolisco qualsiasi tipo di percentuale in rispetto del valore del suo operato,
Chiedo troppo forse? Ciò che anni fa era possibile organizzare con fluidità
ora è diventata materia ardua. Gli artisti trattano la materia come se stessi
chiamando da un call center. Là dove esista solo lontanamente la possibilità di
investire per se stessi risulta obsoleto. Gli artisti si stanno omologando ad
un sistema gratuito ed Online ove chiunque può postare qualcosa e
quell'eccellenza, quello stile, quella professionalità della cultura di un
tempo sembra tramontare con la società oramai alla deriva. Gratis significa
hobby!
XXXVII Nota del Direttore
Cari lettori,
il 37° numero de Il Periodico d'Arte corrisponde alla quinta uscita del 2026. Sembrerò ripetitivo e a volte stucchevole ma io la definisco coerenza: il giornalismo d'arte non deve essere confuso con un bieco elenco degli spettacoli in corso.
Frequentando corsi di giornalismo per gli aggiornamenti annuali istituiti dall'Ordine mi capita spesse volte di confrontarmi con alcuni colleghi che ancora danno maggiore importanza a quei giornalisti che si occupano esclusivamente di Politica, di Economia a cui seguono quelli di Cronaca e non comprendono appieno la funzione del giornalismo d'Arte. Alcuni come già detto credono che sia semplicemente un discorso divulgativo per far accedere persone interessate allo svago: dagli spettacoli, alle mostre e concerti all'aperto. Tutt'altro: il giornalismo d'Arte oltre che invitare il lettore ad interessarsi alle attività di comunicazione deve incidere sui costumi sociali e sulle tendenze che si stanno sviluppando mentre gli eventi mondani occupano le prime pagine (in altre parole i fatti della guerra in corso così come le problematiche relative alle difficoltà economiche, alla recessione, alla perdita del lavoro così come al disinteresse generale delle nuove generazioni verso la politica). Incidono sull'attività degli artisti e sull'efficienza dei luoghi preposti alla diffusione della cultura.
Parlare di cultura infatti non è un discorso chiuso in se stesso ma aperto in linea diretta agli eventi che stanno scuotendo il mondo.
L'arte è la conseguenza del contesto sociale di riferimento entro cui la
crisi identitaria diviene di pensiero.
Non si può assolutamente scindere la cultura, l'arte dalla vita pubblica, dagli atteggiamenti delle istituzioni, dai programmi politici o dai fatti riguardanti la guerra che mai come ora incidono sulle questioni pubbliche come su quelle private.
E' ovvio che un giornale d'arte non si concentri su notizie di quella portata perché andrebbe fuori tema ma questo non esclude che la consapevolezza così come la ricerca di quei fatti siano sullo sfondo delle scelte e delle tematiche affrontate numero dopo numero. I dati che provengono dalla politica interna ed estera, dall'economia, dagli eventi di cronaca sono il fondamento del discorso culturale e lo esprimono indirettamente: il senso di una mostra è da correlarsi ad uno scenario più vasto anche se descritto nel suo svolgersi e nelle sue dinamiche interne. Dunque come separare il giornalismo artistico da quello di punta? Esiste un giornalismo A ed un giornalismo B? Lo sport vale meno della pagina di economia? Dipende dai punti di vista. Eppure il giornalismo artistico partecipa attivamente alla vita mondana, ai fatti di cronaca e crea una sorta di filo rosso tra gli eventi maggiori scrutando la sensibilità di coloro che vivono la storia o la subiscono sino a pagarne il prezzo in prima persona. Tutto ciò mi pone nella posizione di informarmi accanitamente su tutti i fronti: comprendere quanto la crisi finanziaria stia sconvolgendo il mondo incida sulle scelte dei poli museali più prestigiosi; quanto la guerra condizioni la scelta estetica di molti artisti o di come il cambiamento epocale influisca sul gusto delle nuove generazioni, sull'ausilio della tecnologia e la trasformazione del linguaggio.
La realtà diviene punto essenziale da cui partire,
grammatica di fondo sulla quale impostare il discorso dell'arte. Dunque un
giornale d'arte diviene una sorta di finestra che si apre sull'aspetto
psicologico delle masse quale risultato determinato dalla realtà e dai fatti
che la riguardano direttamente.
XXXVI Nota del Direttore
Cari lettori,
il 36° numero costituisce la quarta uscita del 2026 per il bimestre Luglio-Agosto. Cosa è cambiato nel corso del tempo ai fatti che stanno sconvolgendo il nostro pianeta?
Assolutamente nulla. Le masse assuefatte di notizie, di immagini ripetitive sono entrate in schemi comportamentali e manipolatori che condizionano non solo le loro esistenze su un profilo economico ma anche nella serie di scelte che mutano la loro coerenza nell'adattarla a formule comportamentali indotte.
La deriva costituisce lo scarto interiore, la contraddizione di fondo, la paura di prendere una scelta e reagire all'oscenità delle situazioni. Il grande laboratorio messo in campo sta in altre parole generando mostri silenziosi, schiavi democraticamente liberi ma incatenati ai propri stipendi che non crescono nonostante l'aumento esponenziale dei costi, fedelmente ingabbiati nelle proprie zone di confort che pagano cinque volte di più non avendo altra scelta che tentare la complessa via di mantenere tutto in piedi.
Oggi le famiglie patiscono i prezzi elevati, il
carovita ha determinato un impoverimento di oltre sei milioni di italiani
mentre una buona parte chiede prestiti bancari o apre muti per avere la
macchina, per andare in vacanza e mostrare nello spettacolo della finta ricchezza
o che la famiglia sia rispettabile e pari alle altre. Molti decidono di non sposarsi
e per i single la vita costa ancora di più. I posti di lavoro scarseggiano e
molte coppie decidono volontariamente di non avere figli perché non potrebbero
permetterseli. La povertà dilaga a macchia d'olio.
Quando interpello artisti per organizzare mostre o chiedere possibili interviste vengo respinto con queste definizioni. Si parla di povertà, di non avere soldi necessari per i bisogni e di non arrivare a fine mese con le spese da pagare. L'arte in tutto questo diventa meta lontana, sogno ad occhi aperti che un artista non può permettersi. Quansi tutti gli artisti che interpello sopravvivono servendosi di altri lavori e chi espone, chi prepara una mostra svolge un lavoro ordinario per permettersi poi nel tempo libero questo hobby.
Arte intesa come hobby sembra quasi offensivo per me che svolgo questo lavoro di professione ma per loro, per quanto validi e decisi a portare avanti la loro espressione sono costretti a fare altri lavori.
Sono pochi coloro che si svegliano la mattina e dipingono; sono pochi coloro che arrivano a creare un ciclo pittorico e venderlo autonomamente; sono pochi gli artisti che vivono di arte.
Nelle nostre discussioni emergono le difficoltà esistenziali, l'impotenza monetaria, il sogno di essere riconosciuti o quantomeno di poter fare una mostra che evidenzi il loro talento.
No. Nelle discussioni d'arte si finisce con il parlare
della crisi sociale, dei csotumi. Si finisce negli scenari drammatici di un
mondo che ha gettato la spugna decadendo nel baratro della guerra. E la guerra
come dicevamo nelle altre uscite è diventata la protagonista assoluta non solo
dei notiziari o delle conversazioni sull'arte contemporanea ma il punto focale
intorno al quale gravita l'intera produzione giornalistica di questi numeri del
2026. Spero che tutto ciò serva a scongiurare i loschi piani di Greet Reset
prestabiliti dai folli che la stanno attuando e creare uno spiraglio in questa
lunga notte senza stelle. La guerra è distruzione mentre l'arte ambisce a
creare. Creazione e distruzione. Peccato d'esser nati ai margini di un nuovo
ciclo distruttivo.
XXXV Nota del Direttore
Cari lettori,
il 35° numero de Il Periodico d'Arte corrispondente alla terza uscita del 2026 e ci catapulta nel vivo delle ricerche nel campo dell'arte.
In questo settimo anno il bimestrale assorbe le influenze belliche dettate dal profondo allarmismo derivato dal clima di incertezza sociale.
I mercati internazionali sono in crisi anche se i dati di ripresa del nostro paese in questo momento risultano meno problematici di altri paesi coinvolti in crisi politiche.
Eppure i venti di guerra aleggiano nei programmi televisivi, nei notiziari, nei dibattiti tra intellettuali e sarebbe perverso e fuorviante trattare di arte senza citare la guerra che incombe su di noi.
Per scelta editoriale non desidero affrontare direttamente le questioni relative ai conflitti: questo è un giornale d'arte e non è necessario dare voce alle testimonianze relative agli esperti che trattano questa materia. Spetta agli strateghi, ai politici, agli economisti affrontare queste tematiche in testate competenti. Per quanto ci riguarda invece la nostra materia ovvero l'arte è assistere al dietro le quinte: mentre gli sconvolgimenti storici stanno sradicando l'occidente dalla sua posizione privilegiata precedente ora che una trasformazione è in corso influenza anche la vita sociale e di conseguenza l'esistenza degli artisti. Ogni volta che dialogo con loro torna nei discorsi lo spettro della guerra, dell'aumento dei prezzi, dell'incapacità diffusa di arrivare a fine mese. Si parla di guerra negli ambienti deputati al divertimento, nei locali, per strada. Tutti sono coinvolti indirettamente e ridotti a spettatori anonimi e preoccupati.
Parlare di arte non significa solo dichiarare le proprie intenzioni estetiche od i propri orientamenti ideologici: chi la vede in un modo, chi in un altro ognuno afferma la ricetta perfetta per migliorare la decadenza diffusa lamentando il cambiamento epocale ed una crisi profonda che arriva ad intaccare le proprie esistenze.
Gli artisti declamano la loro impotenza, la loro esclusione dal sistema sociale; gli artisti soffrono perché non chiamati a testimoniare il loro disagio; gli artisti patiscono perché l'aumentare delle spese inficia sulle loro scelte imprenditoriali di partecipare ad eventi troppo costosi sino all'acquisto dei materiali per poter continuare a dipingere.
Nelle rubriche che ho aperto descrivo le opere che hanno segnato in
maniera potente gli stravolgimenti determinati dall'incubo della guerra. Un
tempo sarebbero apparsi come moniti a coloro che sarebbero venuti dopo: ora
invece rappresentano temi di attualità. Mai come oggi opere che mostrano le
atrocità della morte appaiono in linea con i tempi solo che allora il mondo era
giustificato perché le atrocità commesse rappresentavano una novità nello
scenario morale ora invece che ne siamo consapevoli risulta fallimentare. Dico
fallimentare perché sappiamo a cosa ha portato il silenzio, sappiamo a cosa
indusse la complicità dei codardi pur di restare fuori dalle faccende politiche.
L'indifferenza fa ancor più male in un sistema chiuso in cui sembra che non ci
siano vie d'uscita: molti aspettano che le questioni si risolvano da sé. Certamente
quando questo nuovo incubo sarà finito discuteranno tutti i moralizzatori che
ora hanno taciuto per convenienza. Tutti punteranno il dito su coloro che
adesso acclamavano e il mondo tornerà a fare discorsi etici ora che tacevano
innanzi al disastro inumano e spietato. Tutto ciò è meschino e l'arte tace
perché incredula di dover riportare alla luce il male del mondo.
XXXIV Nota del Direttore
Cari lettori,
il 34° numero de Il Periodico d'Arte corrisponde alla seconda uscita del 2026 nella speranza che la scelta delle notizie e degli approfondimenti metta il lettore a suo agio nell'approssimarsi alle diverse esperienze descritte.
La scelta editoriale di quest'anno come già definito la volta scorsa nella prima uscita è fondata sul tema della guerra attraverso la scelta di opere esposte in copertina e divenute icone nei musei più prestigiosi del mondo.
Eppure nonostante gli esempi e le testimonianze di coloro che le guerre del passato le hanno vissute sembra che non siano servite a nulla: sembra che negli oscuri tempi in cui siamo piombati tutto il bagaglio di esperienze precedenti si sia dissolto e che l'inevitabilità abbia preso il sopravvento. Nonostante dichiarazioni lodevoli, confronti morali e dibattiti accaniti intellettuali di rilievo e personaggi noti declamino le loro infallibili teorie senza che le autorità globali riescano a placare lo scontro decisivo tra le nazioni in disputa tra loro.
Mai il clima di tensione è stato così dai tempi della guerra fredda. Oggi ci troviamo in uno scenario da seconda guerra fredda ed i massimi sistemi si sono polarizzati in schieramenti ben definiti: siamo nuovamente in presenza di definizioni che distinguono l'appartenenza a questa o a quella parte del mondo; esiste una linea sottile tra l'Europa e la Russia e così su questo confine tutti quei paesi appartenenti all'ex Unione Sovietica corrono il rischio di essere invasi e di portare il nostro piccolo continente nel precipizio della catastrofe.Parlo di catastrofe perché non saremmo sufficientemente preparati ad affrontare uno scontro contro queste potenze asiatiche: oramai si parla di riarmo e sembra che la cecità morale abbia offuscato gli animi. L'arte resta a guardare come sempre l'epoca in cui esiste. Gli artisti tentano di descrivere il loro stato interiore generando opere che lascino il proprio messaggio di speranza o si distaccano da tutto spostando l'attenzione verso i fatti in corso e concentrandosi esclusivamente sulla ricerca stilistica. Eppure in un modo o nell'altro è proprio quest'atmosfera che regna sovrana. Per quanto un artista voglia escludere i media, le televisioni o le radio non potrà fare a meno di leggere prima o poi un giornale, di vedere un notiziario e apprendere di come i grandi blocchi mondiali stiano facendo di tutto per provocarsi. In mezzo a tutto questo prima o poi qualcuno farà un passo falso e stando alle dichiarazioni dei leader mondiali al primo errore, alla presa di campo o sconfinamento gli eserciti saranno tenuti ad aprire il fuoco. Ecco come scoppiano queste guerre di posizione: durano anni, tra droni, piccole avanzate via terra di gruppi armati ed appostamenti che restano per qualche tempo nelle mani degli uni e poi ritornano nelle mani degli altri. Una guerra di logoramento in cui a pagarne caro il prezzo sono ovviamente i civili, gli innocenti, i bambini. Crollano i palazzi con dentro i vecchi, vengono attaccati ospedali con malati in fin di vita. Prima esistevano le trincee adesso le città lager entro cui gli sfortunati muoiono fino a dove poco tempo prima avevano vissuto le loro esistenze. Gli artisti da questa parte della cortina di silicio osservano smarriti questi fatti e per quanto vogliano tacerli li esprimono con tutto ciò che sanno fare. Questa è l'aria che si respira; questo è il silenzio degli intellettuali che parla ancora di più perché descrive la placida ipocrisia di un mondo che sta finendo sotto le macerie della paura e dello sbigottimento.
XXXIII Nota del Direttore
Cari lettori,
inauguriamo il settimo anno de Il Periodico d'Arte con questa prima uscita del 2026 carica di spunti dialettici. Il trentatreesimo numero si fonda proprio sul tema dominante della guerra che sta affliggendo il nostro pianeta. Potremmo parlare infatti di Terza Guerra Mondiale a pezzi così come la definì Papa Bergoglio ma in realtà ci troviamo nell'inquietante momento di cecità che anticipa il misfatto: lungo tutto l'asse orientale che costeggia i territori dell'Ex Unione Sovietica sembra che il fronte occidentale ed orientale del mondo si guardino in faccia; per non parlare della tragedia israelo-palestinese che ci tiene incollati ai notiziari tutti i giorni e che sembra non trovare vie risolutive. In questo scenario raccapricciante i dazi statunitensi inficiano ulteriormente sconvolgendo l'economia globale che sembra impossibilitata a riprendersi. I paesi europei sono alla mercé di questi potenti non trovando una linea risolutiva: sembra che le campagne ambientaliste così come le soluzioni green di eco-sostenibilità siano state momentaneamente messe da parte in previsione di una strategia di riarmo per far fronte prima o poi ad uno scontro contro una possibile minaccia esterna. Noi o loro, questa è la situazione. Non si tratta di stabilire chi abbia ragione o no, di accusare dando le colpe a chi abbia iniziato: a prescindere dalle ragioni politiche, storiche ed economiche dovremmo tornare a ragionare con il cuore. Non sono forse esseri umani i nemici? Non ci sono donne, vecchi e bambini tra le vittime prevalenti? E' per questo che sta avvenendo un massacro sotto gli occhi di tutti. Qua e là se ne parla, qua e là si creano fazioni, appartenenze ad una visione od all'altra. Prendere una posizione significa diventare parte di un polo ideologico. Difatti è la polarizzazione il male che ha portato all'indifferenza generale poiché ogni scelta viene subito rinviata ad uno schema di appartenenza. Tra infiniti dibattiti, manifestazioni di persone celebri, di interi reparti lavorativi così come di persone comuni sembra che non si possa far nulla per fermare questo orrore. Persino il Papa Leone XIV continua a lanciare appelli e le nazioni che sotto sotto speculano sul mercato delle armi non riconoscono la gravità della situazione. In questo scenario raccapricciante è quasi inutile discorrere di arte: gli artisti parlano sommessamente dei problemi vigenti, le gallerie affrontano tematiche che narrano in un modo o nell'altro della situazione drammatica in corso. Dunque il nostro contributo alla narrazione dei fatti artistici e dello stato attuale delle cose sarà affrontato in questo bimestrale pur se lontano dagli schieramenti partitici, politici o di fazioni avverse. Noi siamo dalla parte degli umili, degli ultimi, della gente. Siamo dalla parte degli artisti e delle considerazioni che rievocano attraverso le loro opere. In qualità critica farò di tutto per tenere alla larga il discorso bellico anche se incomberà sulle scelte editoriali come ad esempio osservare gli Artisti della Guerra nel corso della Storia dell'Arte e di come registi, pittori, scultori e pensatori abbiano descritto nel corso del tempo questa piaga che torna sempre in primo piano. Gli artisti attuali sono messi al centro di questa ricerca perché attraverso le loro testimonianze, la loro espressione artistica ed il loro contributo ci aiuterà ad osservare parallelamente quanto gli sconvolgimenti in corso incidano sulla creatività individuale e sul pensiero intellettuale.
XXXII Speciale (MODA): Nota del Direttore
Cari lettori,
quest'anno Il Periodico d'Arte genera lo SPECIALE. New Magazine con questo primo numero corrispondente alla trentaduesima uscita dell'anno 2025. Per la precisione parliamo della settima uscita speciale rispetto alle sei ordinarie e che ha come tematica la MODA. Ogni uscita Speciale infatti affronterà un settore specifico dell'Arte: dal teatro al cinema, dalla moda alla cucina, dal designer all'architettura, dalla musica alla magia etc. partirà da un'uscita annuale e perché no potrebbe diventare semestrale o trimestrale, chi lo sa? Dipende dall'interesse generale ascoltando poi cosa ne pensi la gente e tutti coloro che approcciano a questo giornale digitale e cartaceo. Tutto origina dal desiderio di dare al Bimestrale un taglio ulteriore di approfondimento che altrimenti sarebbe stato solo accennato perdendo quella specificità oggettiva che lo contraddistingue. Ed eccoci dunque al primo numero che non solo trasforma l'assetto del Bimestrale ordinario ma ne riconfigura lo sviluppo tematico così come l'impaginazione stessa sino all'utilizzo dei colori che lo rende vivo e particolare. La Moda appunto diventa il tema centrale sul quale sono state portate avanti le mie ricerche su questa forma di espressione artistica: dalle sfilate ai grandi marchi, dalla vita degli stilisti a quella di modelle, dalle grandi case di moda ai problemi economici che stanno assorbendo anche questo imponente settore della produzione Made in Italy. Ma a noi tutti questi dati servono esclusivamente per aiutarci a comprendere come questo universo articolato traduca il discorso artistico sino a stravolgerlo ed assorbirlo. La Moda è un contenitore complesso di maestranze: dai designer alle modelle, dai sarti agli influencer, dagli stilisti al pubblico attraversando gli aspetti pubblicitari e promozionali sino alle catene di distribuzione che intessono una rete di divulgazione che dall'alta produzione qualitativa via via defluisce sulla grande distribuzione di massa sino alle bancarelle di un mercato ordinario. Stiamo parlando del percorso quantitativo di un bozzetto che dal tavolo di prestigioso disegnatore percorrerà le vie controverse della produzione: vedremo quel dato articolo sfilare su un red carpet sino alle vetrine di boutique nelle vie del centro delle grandi città per poi ritrovarcelo clonato, imitato da brutte copie su bancarelle dei mercatini rionali.
I meccanismi di ricezione partono da tendenze che la Moda deve percepire: dal gusto delle masse agli equilibri economici, dalle tendenze ideologiche alle manifestazioni di un pensiero politico in cui le argomentazioni etiche e morali che una società affronta in quel determinato periodo storico tra accettazioni e contraddizioni sono fondamentali. Ecco allora due artiste dell'arte pittorica essere chiamate in causa per descrivere attraverso la loro pittura il loro tipo di approccio con la Moda ed il concetto di gusto. La Moda è tutto questo e come ogni altra forma d'arte è attenta a rispecchiare i fattori culturali e morali dell'epoca che attraversa con la differenza che l'opera di un pittore per quanto controversa resterà nell'ambito estetico dei musei così come il motivo di una composizione musicale potrà essere ascoltata infinte volte dal pubblico: la Moda invece resta una produzione a sé eppure in stretta connessione con il modo di rappresentare una società che farà tesoro di tali esperienze sino al singolo individuo che deciderà di indossare tale contenitore di significati denominato abito. Insomma: ad ognuno il proprio!
XXXI Nota del Direttore
Cari lettori,
il sesto anno de Il Periodico d'Arte si conclude con questa sesta uscita del 2025 corrispondente al 31° numero. Ogni annata ha avuto una tematica predominante: dal primo anno in cui l'oggetto di ricerca più autoreferenziale era lo stato dell'arte sino al quel momento; così come nella seconda annata aveva per oggetto il problema pandemico e l'influsso che questo aveva nell'ambiente artistico; la terza annata invece faceva riferimento alle contraddizioni belliche ed economiche sino ad intaccare le scelte degli artisti; ancora la quarta annata che metteva al centro le discriminazioni sociali sino agli sbarchi di clandestini e di come la società potesse abituarsi a questo tipo di ingiustizia; ancora la quinta annata che esaltava la trasformazione dei linguaggi in relazione ai fenomeni di digitalizzazione innanzi all'Intelligenza Artificiale. La sesta annata che si conclude ha avuto come linfa vitale il tema generale di Sistema Arte tentando di dare un ampio spettro di analisi alle contraddizioni mosse dal mercato dell'Arte attraverso le aste, le grandi rassegne artistiche così come le fondazioni che si sono adattate ad un diversificato schema di narrazione dettato dal Sistema Arte. Dunque gli esempi e le polemiche innanzi a questo rigorismo verticale che via via discende nelle gallerie sino agli spazi minori deputati all'arte sono processi di indagine che consentono di comprendere non solo i principi che avvalorano una determinata scuola di pensiero nella scelta di tendenze dei linguaggi artistici ma contemporaneamente a far luce su quei meccanismi culturali che influiscono sul modo di concepire gli ambienti di esposizione ed il loro approccio alle masse seguendo progetti espositivi curati mediante gli allestimenti definitivi (per dare un taglio ideologico e qualitativo al senso ultimo di tali scelte).
Questo tipo di indagine mette al centro i fruitori: se le scelte di opere, artisti e tematiche trattate deriva da un'impostazione culturale così come la modalità espositiva e di allestimento cura psicologicamente la ricezione da parte del pubblico di tali opere il singolo spettatore, l'individuo viene considerato destinatario per eccellenza sul quale apportare una linea tendenziale. In altre parole l'opera d'arte così come l'habitat entro cui quell'opera è posta studia il modo in cui verrà colta dal visitatore e per questo la scelta delle tematiche e delle grammatiche espositive diverranno il contenitore ideale entro cui questi fruitori/individui potranno approcciarvi e di conseguenza dare significazioni e deduzioni personali.
Ovvio che tali scelte derivino da scelte individuali e territoriali diversificate ma quello che spetta a noi è trovare una linea portante ed osservare questi stravolgimenti culturali come scelte mirate (che indichino non solo lo stato dell'arte in corso e del Sistema dell'Arte ma le linee guida per comprendere il senso ultimo dell'arte stessa e di come via via muti con lo scorrere del tempo). E come è facile intendere la Cultura detta legge in un sistema chiuso: secondo questo principio ogni epoca raggiunge un'interpretazione del mondo secondo la coerenza di scelte che in quel dato momento verranno compiute dai governi in atto e l'arte definirà sul piano estetico una manifestazione culturale conseguente per evidenziarne lo stato di salute, di alterazione oppure di contraddizioni non immediatamente riconoscibili: la libertà condizionata dalla libertà.
XXX Nota del Direttore
Cari lettori,
il sesto anno de Il Periodico d'Arte giunge al 30° numero considerato come la V Uscita del 2025. Ogni numero ha avuto il suo criterio di indagine sui fatti che riguardano direttamente la nostra realtà: in questa uscita, ad esempio, oltre alla divulgazione di mostre e di eventi che costellano lo scenario artistico abbiamo portato avanti rubriche che narrano di artisti, attori sino a recensioni di testi significativi che hanno lo scopo di portare il lettore non solo ad informarsi ma a stimolarlo a frequentare mostre, eventi e dibattiti culturali. Dunque proprio il lettore è l'obiettivo centrale del giornale: non solo attraverso la semplificazione di un linguaggio scorrevole destinato a tutti ma soprattutto come punto di arrivo o destinatario fondamentale il quale è tenuto a confrontarsi direttamente con le opere e con le forme di linguaggio contemporaneo messo in campo dall'arte. Eppure vien fatto mantenendo un ragionamento più ampio non finalizzato alla semplice divulgazione (perché in questo modo diverrebbe un copia e incolla di dati che pubblicizzano eventi) ma al fatto di porre domande a cui seguiterà una mia personale interpretazione. Torniamo al già detto: la rubrica Riflessi post-globalisti sul mondo dell'arte e della cultura analizza i paradossi dell'arte contemporanea riflettendo sugli usi e costumi di una società che reputa scontati atteggiamenti tipici del nostro modo di intendere la realtà e per questo pone dubbi scuotendo il lettore ed invitandolo a riflettere. Un'altra rubrica Critica della Critica invece entra nel vivo della questione affrontando ancor più nello specifico determinati atteggiamenti sino a capovolgerne il punto di vista. E' fondamentale risvegliare il pensiero critico nel lettore abituato ad assistere passivamente all'arte senza porsi dubbi ed in molti casi assistendo con passività a forme discorsive solo con un atteggiamento di curiosa accettazione.
Da Le donne nell'Arte in cui la parità di genere viene evocata non tanto come conquista ma come qualcosa che abbia sempre fatto parte della sottocultura anche se le usanze tipiche delle civiltà passate mettevano in secondo piano cose che si sapevano pur fingendo di non capire; sino a Modelli culturali & stereotipi educativi che ha per oggetto la net art e l'uso sconsiderato di Internet così come definito dal film. Infine Accade davvero mostra un serio interesse ad eventi che fanno parte della nostra storia ma che rientrano in una silenziosa accettazione in quanto considerati normali perché talmente discussi dai media da non suscitare più l'interesse generale. Tale spazio di analisi parte proprio da questo numero con una domanda a cui seguono considerazioni che non hanno un orientamento specifico, una tendenza ideologica o qualche riferimento ad un fine discorsivo: l'arte resta la protagonista assoluta delle diverse tematiche ma in questa rubrica, ad esempio, pone quesiti in cui assistiamo al ripetersi inevitabile di cose che pur cambiando nelle diciture o nel modo di considerarle, restano sempre le stesse come qualcosa di detto e ridetto a cui l'opinione individuale rischia di appiattirsi accettando con passività qualunque posizione. Dunque l'informazione da una parte necessita e dall'altra un pensiero critico o qualunque forma di ragionamento atto a risvegliare elementi altrimenti sopiti. E l'arte ne rappresenta lo strumento privilegiato.
XXIX Nota del Direttore
Cari lettori,
il 29° numero de Il Periodico d'Arte corrisponde alla quarta uscita del 2025. Da una parte portiamo avanti le rubriche che contraddistinguono l'annata in corso da quelle precedenti ed in questo numero in particolare spiccano le considerazioni in merito al fenomeno dell'A.I. Dall'arte ad eventi socio-culturali tale fenomeno che le testate giornalistiche più affermate sottolineano sino a notizie che scorrono in rete tra bufale e ciarlatanerie d'ogni tipologia hanno come oggetto costante questo elemento di interesse. Come vediamo dalla macchina di Anticitera all'opera venduta all'asta circa un anno fa da Sotheby's sembra una priorità che la civiltà umana abbia sempre dato alle macchine perché rappresentano un anelito ad uno status in cui l'uomo non facesse alcunché perché servito da meccani autosufficienti. Da Alessandria d'Egitto all'asta definiamo un periodo di oltre duemila anni scandito da ricerche in tal materia che hanno coinvolto figure controverse che progettarono vari sistemi d'ingranaggi per la realizzazione di macchine dalle sembianze umane capaci di assolvere a compiti che solo l'uomo poteva svolgere sino ad imitare gli animali, ad ingranaggi sofisticati come un carro motorizzato o sistemi atti a semplificare la vita deli esseri umani. Leonardo nel 1495 ideò perfino un automa meccanico umanoide che doveva servire esclusivamente per divertire la corte sforzesca di Milano. L'oggetto che ha le sembianze di un'armatura cavalleresca e che si trova a Mensch – Erfinder- Genie di Berlino aveva proprio questa duplice connotazione: stupire quanto semplificare la vita delle persone.
E gli esempi in tal materia in cui arte e scienza sembrano andare a braccetto per quanto riguardi il complesso tema dell'A.I. sembra non chiudersi qui: tornando più indietro sembrerebbe che nel Mito stesso il dio Vulcano avesse forgiato una schiera di servitori meccanici tanto da affascinare il re Minosse che gli chiese qualcosa del genere al quale dedicò molto lavoro sino poi a generare il gigante di bronzo Talos che munito di ampie ali aveva il compito di sorvegliare dall'alto l'isola di Creta. Ed ancora intorno all'anno Mille l'inventore cinese Su Song realizzò un orologio meccanico alto oltre dieci metri che azionava anche dei manichini sino all'inventore musulmano Al-Jazari che duecento anni dopo fabbricò robot e strumenti diversi tra loro sino ad una barca capace di muovere automaticamente i quattro musici e di dar fiato alle trombe senza l'ausilio umano. Per giungere alla storia del Fumetto in cui la generazione X è stata testimone di questa pubblicità invasiva di cartoni animati che costellavano la televisione per circa quarant'anni in cui le macchine combattevano tra loro e salvavano il pianeta dalla prepotenza aliena. Questo breve excursus ci cala nella materia centrale di questo numero in cui tra interviste e forme espressive contemporanee assistiamo alla completa discesa in campo di questa nuova forma di linguaggio. Solo che adesso non ne parla più la fantascienza ma la scienza: usiamo tecnologia costantemente e questo influisce sui nostri costumi e su ragioni etiche che cambieranno progressivamente all'avanzare di nuove prospettive di società. L'arte è il crocevia di queste sperimentazioni, di tentativi, di creazioni che con il tempo possono diventare realtà. E tra i diversi modi di cogliere l'innovazione assistiamo al divenire perpetuo delle cose nel loro graduale attuarsi.
XXVIII Nota del Direttore
Cari lettori,
il 28° numero de Il Periodico d'Arte corrispondente alla terza uscita del 2025 ci catapulta nel vivo delle ricerche nel campo dell'arte. In questo sesto anno il bimestrale assorbe le mie energie sul piano giornalistico ponendo molta attenzione alle interviste che divengono il cuore stesso del giornale: le diverse rubriche infatti hanno lo scopo di dare una documentazione sui fatti reali che avvengono nel mondo dell'arte in generale per giungere via via alla materia pulsante, al centro focale della questione, al nucleo vivo. L'artista. Proprio l'artista con le sue opere, con le sue angosce, con la propria visione del mondo diviene la fonte, la testimonianza diretta, la prova vivente di ciò che scrivo. Le esperienze sono diverse così come le vite e le considerazioni. Nei primi anni del giornale infatti, mi limitavo alla classica recensione analitica in cui descrivevo criticamente la tecnica e lo stile delle opere facendo qualche accenno biografico degli artisti selezionati eppure questa pratica (classica nel mondo della critica) lasciava un vuoto, una sorta di distacco tra l'artista e la sua esistenza. Da qualche anno invece ho scelto di dare voce proprio a loro e riportare minuziosamente, nei limiti delle informazioni che loro stessi mi autorizzano ad esternare, ciò che pensano di loro stessi, la visione individuale che hanno dell'arte attraverso ciò che fanno partendo dalle loro testimonianze sul campo senza filtri o finzione. Prima di chiamarli telefonicamente o di incontrarli personalmente è chiaro che li studi con attenzione i caratteri e che abbia una visione d'assieme della loro vita nel percorso che hanno compiuto sino a questo momento. E' fondamentale che analizzi le loro opere e che ne discuta con loro affinchè comprendano le ragioni che mi hanno spinto a contattarli coinvolgendomi in questo progetto. Solo a questo a punto preparo una serie di domande a cui loro poi rispondono e questo ovviamente mi mette nella situazione successiva di sviluppare il centro del giornale in quelle due pagine in cui vengono riportati in forma di dialogo queste interviste in cui faccio domande e loro esprimono le loro idee. Insomma il classico vecchio stile del giornalista che pone questione ed ascolta con attenzione.
Questo tipo di lavorazione mette nella stragrande maggioranza dei casi gli artisti a loro agio perché il fatto di essere ascoltati, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e di poter dire la propria non è una pratica così diffusa nel senso che in questo giornale è pura e non filtrata da altro. L'intervista è diretta a loro ovvero non ad artisti famosi sul piano nazionale od internazionale ma valuta perfetti sconosciuti di cui sicuramente gli esperti, i critici e il pubblico hanno dato le proprie versioni (dato che molti di questi artisti hanno esposto in Italia e fuori dal nostro Paese). Eppure questa volta sono loro a parlare, a raccontarsi svelando cose che mai avevano avuto la possibilità di raccontare nel corso di preesentazioni o vernissage. L'artista in fondo è quello che parla meno di tutti mentre gli altri dicono la loro: ora finalmente diventano protagonisti assoluti lasciando una testimonianza focale, un documento storico che vede da dentro e non più da fuori il senso ultimo del loro lavoro. E le dichiarazioni che fanno sono delle più variegate: da loro comprendo lo stato delle cose e di come la nostra società patisca il distacco tra ciò che l'individuo è e di come esso appaia agli altri. Il documento dell'anima.
XXVII Nota del Direttore
Cari lettori,
il 27° numero de Il Periodico d'Arte corrisponde alla seconda uscita del 2025 nella speranza che la scelta delle notizie e degli approfondimenti metta il lettore a suo agio nell'approssimarsi alle diverse esperienze. Dico questo perché più di una volta dialogando con persone non addette ai lavori ho sentito frasi del tipo" Non capisco l'arte" oppure: " E' tutta spazzatura. Prima era vera arte questa è solo robaccia!" o peggio:" Se girano denari significa che l'arte non c'entri nulla". E aggiungerei:" Chi più ne ha più ne metta". Che dire: non amo a prescindere questi luoghi comuni nel senso che l'arte sia universalmente quell'attività dello spirito umano in cui non esistono regole o pregiudizi, limiti o confini predefiniti. E' normale e ciclico che ogni epoca storica abbia i propri punti di riferimento così come tutta una serie di regole etiche, politiche e sociali che sicuramente influenzano il discorso estetico; ed è anche vero che gli andamenti storici determinino scelte ideologiche atte a stabilire valori che quell'epoca definirà essenziali per la propria coerenza di giustezza in un ordine di valori stabili. Venendo a noi contemporanei ci rendiamo conto di far parte di una nazione nell'immenso puzzle di nazioni predeterminate da scelte che proprio in questa scala di valori discendano poi nel gusto e negli umori delle singole persone. L'artista come parte di un macrosistema esprime la propria visione del mondo con gli occhi di chi quel mondo lo vive e lo interpreta a modo proprio. A questo poi segue il ragionamento sul mercato.
Qui la faccenda si complica perché determinate scelte influiscono su altre: nella selezione non potranno essere considerati tutti i linguaggi ma quelli più prossimi a definire una tendenza e di conseguenza una linea coerente con quel dato modo di interpretare la propria ragion storica. Certo è che nel pluralismo di valori, di coerenze etiche e di tutti quegli apparati psicologici che devono dar linfa vitale ad un discorso commercializzato (perché alle opere vien dato un valore economico) seguiti poi l'interesse del pubblico. Ed è qui che nascono i differenti gradi di ricezione: in linea generale la tendenza del pubblico è frequentare grossi poli museali per assistere e vedere personalmente le opere dei grandi maestri della storia dell'arte celebrati dai testi e che sono attrazione globale; dall'altra invece proprio questa fiorita schiera di grandi fiere in cui grandi gallerie, collezioni e firme partecipano mostrando il valore delle proprie collezioni mettono a disagio la gran parte delle persone che si sentono straniate dalla preponderanza del linguaggio così come dal gran numero di opere esposte che li allontanano ulteriormente da questo universo diversificato. Come dire: è come andare affamati di curiosità in queste cattedrali dell'arte e mangiare a sbafo sino poi a non distinguere più i sapori per quanto sofisticati e ricercati. L'abbondanza di opere e l'eccessiva profondità di significati che ognuna di esse genera in chi guarda frettolosamente per passare a quella successiva non consente il giusto grado di concentrazione ed immersione in ciò che da sola spiccherebbe notevolmente. Il troppo stroppia dicevano, ed è vero: il pubblico si abbuffa visivamente di contenuti e opere non distinguendo più l'una dall'altra sino poi ad appiattire il proprio interesse ed uscire esausti da queste sterminate rassegne a cui tutti gli artisti aspirano per affiancare un maestro internazionale o per scrivere nel proprio curriculum di aver partecipato a quella data rassegna che li eleva ai grandi maestri.
XXVI Nota del Direttore
Cari lettori,
inauguriamo il sesto anno de Il Periodico d'Arte con questa prima uscita del 2025 carica di spunti dialettici. Il ventiseiesimo numero si fonda proprio su domande che pongo agli artisti viventi, all'arte stessa tentando la via di una polemica conciliante. Secondo questo proposito perseguo differenti rubriche: dalle architetture impossibili alla recensione di testi, dall'approfondimento di attori alla storia del fumetto e del cartone animato sino poi alla descrizione di opere nello specifico tentando la via di invitare il pubblico a frequentare le mostre. A questo poi devo spendere qualche parola in riferimento ad una rubrica del calibro di Critica della Critica in cui scaglio le mie visioni personali come dardi ponendo domande a me stesso ed al lettore nella speranza di risvegliare il desiderio di porsi dubbi non limitandosi esclusivamente ad ascoltare il diktat della voce degli esperti; inoltre reputo necessario dare un taglio ad ogni annata e per questo 2025 Le Donne nell'Arte affronterà il discorso della storia dell'arte vista dal punto di vista di artiste che hanno rivoluzionato il linguaggio creativo attraverso la propria vita ed il proprio modo di intendere il discorso estetico nonostante una società paternalistica e maschilista che dava loro uno spazio minore. In questa dinamica discorsiva vengono fuori aspetti diretti e indiretti di un meccanismo in continua evoluzione a cui seguitano fasi di caduta e rinascita: le singole storie si confrontano con la grande storia e si assiste ad un poliedrico divenire di punti di vista in cui esistono realtà diverse e variegate. Mettendo in pratica questa prassi darò sempre importanza alle testimonianze dirette; il cuore del giornale ovvero le due pagine centrali sono destinate a recensioni o interviste in cui lascio la parola a coloro che parlano meno di tutti: agli artisti. Costoro sono il motore dell'arte, la fonte e il traguardo mediante il proprio lavoro. Eppure tra mostre, cataloghi, recensioni e brochure; tra critiche di esperti, impressioni da parte del pubblico e commenti che circolano tra giornali, riviste o social l'artista è sempre l'ultimo a dire la sua.
Certamente mi verrà detto che dialoga per mezzo dei suoi quadri affermando la propria visione del mondo attraverso ciò che fa; altri ancora potrebbero contestare quest'ultima affermazione confermando che all'artista non importi ciò che pensa la gente di ciò che crea perché è quello che è in grado di fare e che non serva a tutto ciò una giustificazione ulteriore. Invece credo fermamente che a prescindere dal linguaggio degli addetti ai lavori così come delle persone che si approcciano ad un'opera sia proprio il compito essenziale di un sano giornalismo artistico non limitarsi solo ed esclusivamente a raccontare ma ad intervistare, a far raccontare di sé e del proprio lavoro, a far venir fuori aspetti della vita privata di un qualunque artista che si approcci a questo mondo complesso. Solo attraverso il contatto diretto di un'intervista è possibile far venire a galla aspetti trascurati , dettagli psicologici che l'opera potrebbe benissimo nascondere ed una volta svelati diverrebbero fattori necessari per approcciare diversamente al lavoro definitivo. Del resto un artista vive il suo tempo e lo traduce con quello che fa come tutti: noi occupandoci di arte dunque abbiamo il compito di comprendere il senso ultimo della verità altrimenti trasformeremmo il giornalismo in pubblicità, in citazioni quasi al servizio di ciò che è prestabilito. Dare la voce a chi è in prima linea nel mondo dell'arte significa lasciar parlare gli artisti avendo così un bagaglio socio-culturale che dalla psicologia ci porta a capire.
