Trentaquattresima Uscita

Copertina



Artista della Guerra
Salvador Dalì

Visage de la guerre. Olio su tela (1040)
Museum Bijmans Van Beunigen, Rotterdam (Pagina 10)

Libri:
NEOMODERNITA': Arcaismo Pulsionista
Andrea Domenico Taricco (Pagina 2)
Pagina 1
Architetture Impossibili:
EUR (ROMA)
Convention Center
Massimiliano FUKSAS
Massimiliano Fuksas è l'ideatore del mastodontico complesso romano detto Convention Center. Sito in Viale Asia 40 ha determinato una gestazione piuttosto lunga considerato il fatto che sia stato iniziato nel 2007 e che i lavori siano andati avanti per circa un decennio. Eppure proprio nel 2012 il complesso ha ricevuto dal Regno Unito un premio prestigioso: parliamo del Best Building Site del Royal Institute of British Architects di Londra in relazione alla perizia esecutiva e realizzativa.
Il complesso è costruito con una parte interrata sulla
quale si innalza una grande teca di vetro che sorregge la nuvola ovvero la lama
a cui Fukasas ha dato profondo rilievo. Colpisce la flessibilità della
struttura e la capacità stessa di ospitare con i suoi oltre ottomila posti dinamismo
e modernità. Là dove sorgono edifici degli anni Trenta e Quaranta intrisi di
razionalismo architettonico delinea una superficie tripartita: la Teca, la
Nuvola e la Lama. Nell'area dedicata alla Teca predomina l'acciaio con una
doppia facciata in vetro ove risiedono le sale per i congressi; l'area della
Nuvola invece è quella riservata all'auditorium anche se può essere utilizzata
in maniera polivalente data la sua avanguardia costruttiva sotto il profilo
tecnologico; la Lama invece è un enorme hotel indipendente dal resto che si
sviluppa in 439 stanze. Massimiliano e Doriana Fuksas hanno realizzato questo
imponente complesso in un'area strategica per la città ove predomina il senso
della modernità e dell'internazionalismo.

Museo MAGA, Gallarate (Varese)
KANDINSKY E L'ITALIA
Durerà sino al 12 aprile 2026 la mostra retrospettiva dedicata all'artista astratto più celebre di tutti i tempi: Vassily Kandinsky.
Il percorso espositivo curato da Emma Zanella ed Elisabetta Barisoni un progetto che dal Museo MAGA si estende alla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro di Venezia. Il titolo KANDINSKY E L'ITALIA sviluppa il pensiero e l'opera dell'artista russo connotato di ascendenze europee: spicca in particolar modo la relazione all'astrattismo italiano toccando le stagioni che vanno dagli anni Trenta agli anni Cinquanta.
Secondo questo presupposto discorsivo ecco altre collezioni internazionali provvedere all'arricchimento della mostra mettendo a disposizione opere di altri maestri facoltosi nello scenario astrattista: da Mario Radice ad Atanasio Soldati, da Emilio Vedova a Enrico Prampolini se non capolavori di Paul Klee. Percorso espositivo da non perdere per la modernità delle tematiche e delle problematiche esistenziali attuali.

Enrico Prampolini. Composizione (1950), Olio su masonite
Collezione Museo MAGA, Gallarate (VA)
Pagina 2
Analisi del Testo

Dopo la Pentalogia della Natura ovvero i cinque testi di storia della critica dell'arte in cui si definivano i criteri della Sincretosophia mediata dalla Teoria Sinaptica Essenziale così come nell'ambizioso testo dell'Epopea dell'Arte o alle biografie artistiche Parousia. L'Effimero nell'arte e all'ultimo pubblicato da poco intitolato Post-REALISMO. Il leitmotiv della lievità entra nel vivo della teoresi artistica in cui i fili scomposti della contemporaneità sono finalmente ricongiunti.
Attraverso la ricerca giornalistica de Il Periodico d'Arte è stato possibile raggiungere nel cuore il desiderio da parte dei seguenti artisti non solo di esporre presso lo spazio espositivo Rinascenza Contemporanea III ma di collaborare alla creazione di questo testo che pone le basi di ciò che definisco Neomoderno. Parliamo di Anna Actis Caporale legata all'Introspettismo pittorico, di Adriano Valerio Deandreis nel suo Epiverso in cui domina il cosiddetto Concretismo Metafisico e da Franca Sacchi fautrice dell'arte Enstatica e affrontata in merito al Monismo.
Per giungere a questa determinazione è necessaria una Prima Parte:
l'Involuzionismo in cui saranno descritte le linee guida di una civiltà
occidentale in declino la cui influenza socio-culturale influisce su paradossi
che hanno ripercussioni sul Sistema Arte vigente da cui sembra che non ci siano
vie d'uscita. Da questo è possibile affrontare una Seconda Parte: in questo ambito avviene l'interscambio tra Virtualismo vs Panteismo in cui sono analizzati i
principi cardine dell'arte di Sistema in contrasto alle forme espressive messe
in campo dagli artisti Rinascenti quale anelito a qualcosa di alternativo e
originale dati i presupposti di riferimento mediante l'ausilio delle ricerche
effettuate finora nei miei studi precedenti; dunque è con la Terza Parte che
entriamo nel vivo della questione: l'Arcaismo Pulsionista in cui gli artisti
coinvolti divengono con le loro opere esempio portante di questa radicale
trasformazione che mette in discussione i processi culturali di un'epoca
piuttosto controversa atta a servire le direttive di un gotha finanziario che
non guarda in faccia a nessuno e dove i valori della tradizione sembrano cadere
nel vuoto; infine la Quarta Parte: Teleologismo una componente filosofica di
questo saggio dapprima estetico (spontaneo) e poi filosofico
(dialettico/ideologico) che come vasi comunicanti riducono anche l'arte a
fattore mercificante alterando l'opera a prodotto di scambio. Il seguente elaborato è il frutto di uno
studio durato oramai da decenni che parte da una visione generale fondata sulle
vecchie credenze sviluppate analiticamente e proiettate in avanti in nome della
conoscenza. Un viaggio nell'arte che apre la Neomodernità all'Arcaismo
Pulsionista attraverso un percorso espositivo in cui i tre artisti hanno
esposto nell'estate 2025 presso Rinascenza Contemporanea III.
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EVENTI: Steve McCurry
IN VIAGGIO ATTRAVERSO LE FOTOGRAFIE DI McCURRY
"L'occhio sapiente che vede"

E' dal novembre 2025 che Palazzo Pigorini ospita le fotografie di McCurry e continuerà sino al 12 aprile 2026.
A curare l'esposizione sarà Biba Giacchetti la quale dispone le foto non seguendo un itinerario cronologico o geografico ma predisposte per affinità di soggetti, di atmosfere ed emozioni con lo scopo di rendere il pubblico sempre più immerso nel percorso espositivo. L'obiettivo della curatrice è dare al visitatore la sensazione di essere parte di quelle fotografie, di attraversare quegli ambienti, quei luoghi lontani o di affrontare la forza di uno sguardo, di una posa così come di una situazione remota.
Soprattutto in una fase storica come questa intrisa di soprusi, di rivalità, di ingiustizie il significato ultimo della mostra è evocare l'importanza dell'attimo, dell'istante mancato, del congelamento temporale che assorbe tutto: soprattutto per una società come la nostra intrisa di immagini dagli schermi televisivi, da Internet o dal cinema. Dipendiamo dalle immagini sino ad assorbirle passivamente in maniera indiretta: abituati a sguardi di sofferenza, di popoli tormentati dal flagello delle guerre così come dalla fame e dalla sofferenza. McCurry ha attraversato il mondo tentando di cogliere in profondità ciò che resta di umano nonostante le contraddizioni di un'epoca spietata in cui stanno predominando i poteri forti. Pesano le differenze geografiche, le appartenenze etniche e culturali, l'essere da una parte o dall'altra: ecco, McCurry abbatte questi confini, queste etichette convenzionali messe in atto dalle forze politiche locali generando qualcosa di puro in cui torna in auge l'essere umano.
Dimensione antitetica e anticonvenzionale appunto ma che mostra l'importanza di valori oramai al tramonto. McCurry infatti è un
instancabile viaggiatore ed ha trasformato questa propensione allo spostamento,
al viaggio, alla ricerca uno stile di vita: una vera e propria filosofia
esistenziale in cui è l'obiettivo fotografico ad immortalare il mondo
descrivendolo così com'è.
Fermare la realtà, congelarla, fissarla in uno scatto diviene istantanea di un universo che non tornerà ad essere. il grande fotografo americano si rende conto adesso più che mai dell'importanza del suo messaggio: colpiscono i fatti storici che si stanno accartocciando portando nel limbo tutte le certezze e i traguardi etici che sembravano essere stati raggiunti nel corso degli ultimi decenni.
L'incubo della guerra, dei maltrattamenti, delle differenze così come delle ghettizzazioni sono tornate in auge: gli scenari offerti alle nuove generazioni stanno educando ad un radicale mutamento dei costumi. I giovani d'oggi sono assuefatti a scene di violenza, all'ausilio di propagande denigratorie, ad immagini di droni, di popoli in movimento in cui sembra che l'indifferenza generale domini incontrastata.
Il richiamo di McCurry a scene di vita quotidiana, a flash di persone lontane geograficamente e culturalmente fanno tornare alla ribalta quei principi di eguaglianza ed umanità nei quali eravamo stati educati: i suoi volti ritraggono volti provenienti da tutto il mondo fissati nel corso della sua instancabile attività durata da oltre quarant'anni. Tra le opere esposte non manca il ritratto della ragazza afghana che lo ha reso celebre in tutto il mondo così come Un uomo anziano della tribù Rabari (2010) che rappresenta questa mostra in cui la centralità dell'espressione, del contrasto cromatico così come dei richiami esistenziali che permeano l'intero suo operato vengono alla luce.
Il desiderio di conoscenza, la curiosità appunto che stimolano il suo operato sono un anelito essenziale per chi voglia andar lontano pur restando fermi: il grande reporter statunitense ha attraversato il globo proprio con l'intenzione di documentare poiché la sapienza non è circoscritta alle formule ed alle dottrine di una determinata epoca ma nell'assistere al miracolo del mondo: la macchina fotografica diviene totem per fissare la verità, ovvero occhio sapiente di chi vede e documenta.Pagina 4
La Vetrina

RCIII
Aurora Stecca
La VETRINA. Nel 2024 Rinascenza Contemporanea III ha presentato il Ciclo Oscuro inaugurando la stagione con Aurora Stecca. Nella sua pittura genera involucri spaziali dotati di senso in cui dall'idea astratta di sfondi monocromi delinea corpi, forme, figure in armonia tra loro generando relazioni pregnanti, armonie cromatiche ed equilibri che via via si intensificano sino a generare intrecci concreti: in questo modo l'astrazione slitta verso il riconoscimento di formalismi realistici. In altre parole siamo in presenza di un'astrazione portata al limite in cui origina la realtà e dove l'occhio dell'osservatore deve compiere questa scissione visiva per amalgamarla sul piano percettivo e consentendo così alla mente di distinguere ed allo stesso tempo di integrare i due piani di ricezione ovvero nel valore dell'oggetto emozionale svuotato dai significati di partenza sino a caricarsi di INSIGNIFICANZA oggettiva e per questo aderendo ai principi della Post-Globalizzazione.
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Il genio pensatore
CLAUDIA CARDINALE
Parlare di Claudia Cardinale dopo la sua morte avvenuta il 23 settembre 2025 sembra quasi scontato. La grande diva tunisina nata nell'aprile del 1938 ha segnato tappe della storia del cinema italiano importanti: bella, sbarazzina, riservata è stata rivale di Sophia Loren e Gina Lollobrigida nate artisticamente negli anni Cinquanta.
Ha recitato in generi distanti tra loro come la commedia all'italiana sino ai western, da ruoli drammatici sino a pellicole storiche operando anche nell'ambito musicale, teatrale e televisivo. Il suo obiettivo era interpretare ruoli di donna emancipata soprattutto in un'epoca storica in cui la donna italiana viveva ancora seguendo il retaggio di una società piuttosto arretrata. Ha ottenuto premi e riconoscimenti prestigiosi collaborando con registi di fama mondiale come Federico Fellini o Luchino Visconti. Lascia un vuoto ma è già storia del cinema universale.

Nata in Tunisia parlava francese e siciliano: sin da piccola venne in Italia trasferendosi a Trapani in Sicilia. Ancora giovane fece la sua prima comparsa in un cortometraggio nel 1956 realizzato da René Vautier ove vinse al Festival di Berlino l'Orso d'Argento. Da quel momento fu richiesta da registi famosi e da qui decise di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma imparando bene anche la lingua italiana. Lavorò così con Mario Monicelli, Luigi Zampa, Pietro Germi, Mauro Bolognini, Valerio Zurlini. Furono Visconti, Fellini e Comencini a consacrarla nel 1963 tra il Gattopardo ed 8 e mezzo sino a la Ragazza di Bube. Da qui Hollywood e Cinecittà sino poi al suo trasferimento in Francia a metà degli anni '70 ed il suo progressivo avvicinamento al mondo del teatro. Sposò dapprima il produttore cinematografico Franco Crisaldi e successivamente il regista napoletano Pasquale Squitieri.
Fu considerata sex symbol del suo tempo anche se spesso interpretava ruoli diversificati: da femme fatale a ragazza della porta accanto e sappiamo che nel 2019 con la collaborazione della casa d'aste Sotheby's mise all'asta molti dei suoi vestiti partecipando a molti eventi pubblici in cui mostrava perennemente la sua eleganza ed il suo stile.
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Riflessi post-globalisti sul mondo dell'arte e della cultura
Vendita di oggetti appartenuti a star
La legge del contagio magico
Una delle caratteristiche essenziali che appartiene non solo al mondo dell'arte ma all'umanità in generale è il desiderio di condivisione determinato forse dalla paura di essere dimenticati o cadere nell'oblio. Nel mondo dell'arte molte volte si scambia il proprio narcisismo per desiderio di comunicazione perché nella stragrande maggioranza dei casi gli artisti imparano forme discorsive e le mettono in campo comunicando alle masse.
L'arte del resto ha sempre espresso questo canale privilegiato in cui l'artista che fosse musicista, scultore, pittore o attore interpretava il mondo attraverso il suo modo di fare, attraverso il suo stile unico e riconoscibile sino ad anteporsi all'arte stessa che rappresentava e divenendo lui/lei stesso/a arte condivisa. Pensiamo all'atto polemico di Andy Warhol giunto al punto di firmare soltanto qualcosa e renderlo suo e così al feticismo divistico che porta i fans ad acquistare qualsiasi cosa appartenuta all'artista preferito, al divo, al cantante e per questo esistono schiere di persone disposte a tutto pur di possedere qualcosa appartenuto in vita all'artista nella sua vita quotidiana.
Questo interscambio iconico di fattori che elevano la personalità dell'artista a culto vero e proprio sono oramai entrati a far parte della cultura generale ed è un fenomeno che non si arresta. Le persone comuni comprano oggetti di celebrità per il loro valore affettivo e sentimentale e questo fenomeno è chiamato generalmente legge del contagio magico secondo cui molti acquistano a qualsiasi cifra abiti appartenuti a personaggi del mondo dello spettacolo (da abiti di scena ad accessori appartenenti alla loro vita quotidiana) sino a vere e proprie aste dove questo mercato di cimeli e cianfrusaglie è divenuto pura normalità. Da una parte l'atto del possedere l'oggetto della persona famosa stabilisce un ponte psicologico, un modo per istituire un senso di vicinanza dall'altro vi è la componente magica secondo cui l'oggetto toccato dal divo avrebbe assorbito la sua energia e così metterebbe il fans nella possibilità di assorbirne il fascino, il talento, la bravura trasferendola in chi lo possiede. Nella stragrande maggioranza dei casi l'acquisto di un oggetto simile stabilirebbe un senso di esclusività quasi anteponendo il fascino verso qualcosa di unico e speciale da mostrare agli altri sino a scadere nel puro collezionismo. Esistono piattaforme digitali in cui è possibile online acquistare questi oggetti in modo che oggetti, gadget e abiti rappresentino questo transfert mentale e così aste ed eventi mondani che consentono a schiere di collezionisti di acquistare gli oggetti del desiderio sino a Pop-up; Store ovvero negozi temporanei che offrono la possibilità di acquistare questa serie di articoli direttamente dal guardaroba della star di riferimento.
Tra i siti più in voga spiccano Depop, Vinted e eBay così come nel 2019 nacque Kardashian Kloset in cui le celebri sorelle Kardashian aprirono un sito per vendere ciò che volevano tra cui borse di Louis Vuitton da dodicimila euro. Ed ecco venire personalità celebri in tutto il mondo aderire a questo mercato come ad esempio Elton John che aveva messo all'asta una serie di abiti, accessori, scarpe e gioielli e persino un quadro di Banksy ed arredi che erano conservati nella sua vecchia casa di Atlanta. Un modo originale per disfarsi di oggetti usati e dargli una seconda vita: un altro caso è quello di Martha Stewart una conduttrice e scrittrice di cucina famosa che nel 2022 organizzò una svendita di cose che aveva collezionato nel corso del tempo e che teneva nella sua casa di Bedford nello stato di New York il cui ricavato della svendita era destinato alla beneficenza anche se la sola partecipazione costava alle persone 250 dollari. Ancora spicca il caso dell'attrice Chloe Sevigny che ha messo in vendita vestiti e accessori la quale desiderosa di far spazio al suo armadio aveva selezionato abiti da disporre privatamente in un magazzino specializzato mentre gli altri che non trovavano collocazione aveva deciso di metterli in vendita. Da qui assistiamo alle esagerazioni: nel 2008 un fazzoletto usato da Scarlett Johansson è stato venduto per 3.600 dollari, nel 2012 Niall Horan ex membro dei One Direction ha lasciato un pezzo di pane tostato smangiucchiato e lo ha venduto per 72000 sterline e così come un paio di scarpe della Nike Air Jordan indossate da Michael Jordan sono state vendute ad oltre 560 mila dollari.
Il più iconico acquisto è stato quello dell'abito di Marilyn Monroe indossato per la scena in cui canta Happy Birthday al presidente John F. Kennedy al Madison Square Garden per il suoi quarantasei anni: l'abito ricoperto di strass è stato venduto per oltre 4,8 milioni di dollari all'asta di Julien nel 2016.
Esagerazioni, sprechi, assurdità? Il fenomeno non è circoscritto ma è comune da molto tempo soprattutto nel mondo dello spettacolo. Questa sorta di animismo che riporti in vita le qualità del divo, della celebrità, dell'atleta rappresentano una forma di guadagno. Si tratta di una fede laica in cui esiste gente disposta a tutto pur di non lasciar perdere il talismano della forza arcana: pensando agli oggetti appartenuti a Audrey Hepburn hanno raggiunto cifre ragguardevoli così come agli oggetti di altre celebrità hollywoodiane finiti all'asta. Dalla sceneggiatura di Colazione da Tiffany venduta a 632,750 dollari sino ad una serie di oggetti ed abiti appartenuti all'attrice vogliamo parlare del cappello a tesa larga indossato da Harrison Ford in Indiana Jones e l'Ultima crociata? Noto come The Poet è stato venduto a circa 50000 dollari e la lista sarebbe troppo lunga tra esempi e citazioni sorprendenti.
L'aspetto magico e forse inquietante allo stesso tempo è questo rapporto di relazione privata che si verrebbe a stabilire tra chi acquista l'oggetto e l'artista a cui è appartenuto: una sorta di legge di similarità secondo cui il simile determinerebbe il simile. Appartiene forse all'antico retaggio contadino secondo cui si credeva di mimare la pioggia per indurla a venire. Elementi che si spingono oltre sino al senso di contagio o contratto secondo cui proprio attraverso l'oggetto appartenuto o venuto a contatto con una persona determinerebbero una connessione con chi ne verrebbe in possesso.
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Modelli Culturali:
Armani alla Pinacoteca di Brera
GIORGIO ARMANI- 50 ANNI
D'AMORE

Giorgio Armani ha rappresentato nello scenario italiano ed internazionale l'eccellenza dello stile e della creatività: le parole che a lui si confanno sono eleganza, ricercatezza, progresso ed il made in Italy ha raggiunto ulteriore conferma di ciò che il nostro paese esporta nel mondo. Ciò che il signor Armani ha fatto per la moda è stato indagare il gusto per il bello e proiettarlo sulle persone vestendo personaggi celebri se non collaborando con il cinema ed il teatro. Un'altra sua passione era l'arte. Quando aveva tempo si recava alla Pinacoteca di Brera e le persone che lo conoscevano erano colpite dal suo religioso silenzio mentre osservava con curiosità i maestri dell'arte internazionale: il Cristo morto del Mantegna era l'opera che più di tutte lo colpiva rimanendo diverso tempo ad osservarlo. Molte volte si è recato in questo tempio della bellezza e Milano nel periodo postumo alla sua morte ha voluto dedicare dal 24 settembre all'11 gennaio 2026 una mostra dei capi più significativi del Signor Armani proprio all'interno della Pinacoteca. E' la prima volta che la Pinacoteca ospiti al suo interno abiti di uno stilista di moda: da una parte è per onorare il grande stilista dall'altra per i cinquant'anni dell'apporto alla creatività ed infine per mostrare come abiti, ovvero creazioni sartoriali d'eccellenza siano a loro volta considerate opere viventi. Una sorta di mostra itinerante che mostra l'arte nell'arte ove storia pittorica e storia della moda divengono un percorso ibrido ed amalgamato in cui i contrasti materici e cromatici dei tessuti si sposano perfettamente alla profondità stilistica delle sale illuminate doverosamente dalle luci. Il titolo della mostra Giorgio Armani. Milano per amore sintetizza perfettamente questo connubio: Milano appunto in occasione della Fashion Week ha voluto celebrare il grande stilista attraverso una selezione di oltre centocinquanta abiti d'archivio che hanno determinato l'evoluzione del brand nei decenni in cui ha raggiunto l'apice della fama e del successo. Si tratta sicuramente di un momento storico perché è come dicevamo la prima volta che la moda entri a pieno titolo nelle sale del maestoso museo milanese in cui l'ARMANI/Archivio racconta il mezzo secolo di attività del grande stilista deceduto.
Arte e moda si intersecano, innovazione e tradizione divengono una sola cosa in una sorta di istallazione visiva in cui la sartorialità d'eccellenza sposa la grandezza dei maestri del passato. Il 28 settembre è stato possibile anche assistere ad una sfilata nel Cortile d'Onore di Brera in cui ha partecipato una ristretta platea di ospiti provenienti da tutto il mondo: un evento simbolico che ha voluto restituire alla sua città un genio assoluto. La Pinacoteca è stata anche capace in questo modo di definire nuove strategie espositive in cui la poliedricità dei linguaggi si intersecano in un iter compatto ed uniforme divenendo così evento pubblico.
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Storia del Cinema
DIAZ
Non pulire questo sangue
E' un film del 2012 Diaz-Don't Clean Up This Blood diretto da Daniele Vicari e tocca la controversa vicenda del G8 di Genova. Risale alle vicende che presero di mira la scuola Diaz nel giorno dell'irruzione della polizia giunta il 21 luglio 2001.
I fatti riguardano proprio l'occupazione della scuola nella fatidica notte in cui il G8 genovese attrasse molte persone accorsi per la manifestazione. Fu proprio il comune di Genova a mettere a disposizione questo spazio con il fine di ospitarli come dormitorio. Ma durante la giornata vi erano stati scontri e molti avevano preso di mira automezzi della polizia: i no-global avevano lanciato bottiglie di vetro contro la polizia.
Il prtagonista Luca un giornalista della Gazzetta di Bologna avvisa della morte di Carlo Giuliani a seguito degli scontri decide di recarsi direttamente a Genova; dall'altra parte Alma un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri ed una serie di personaggi che roteano intorno alle note vicende sovversive. Emergono anche Etienne e Cecile altri due anarchici francesi che furono direttamente coinvolti negli scontri del giorno prima e si interseca alle vicende di Max, un vicequestore che aveva respinto la decisione di attaccare i Black Bloc per evitare inutili spargimenti di sangue e destare critiche politiche.
I destini di questi personaggi si intrecciano quando alle 23:50 i poliziotti entrano nella scuola per riprendere la situazione sotto controllo. Da un elicottero avvengono le riprese aeree che mostrano il momento in cui furono distribuite spranghe e oggetti contundenti per dare carica alle forze dell'ordine.
L'irruzione avviene in maniera decisa senza trovare
un'opportuna resistenza da parte degli occupanti. La cosa che lascia sorpresi è che non vi è traccia di Black bloc
all'interno della struttura anche se gli agenti aggredirono gli astanti con
violenza estrema,. Le testimonianze documentano violenza da parte della polizia
che alla fine arrestarono coloro che pernottavano all'interno della struttura
di cui molti furono portati d'urgenza in ospedale date le ferite riportate dopo
l'attacco a sorpresa.
Molti dopo aver subito violenza presso la caserma di Bolzaneto vengono maltrattati anche in ospedale mostrando l'aspetto brutale di una forza incontrollata.
Colpisce l'ottima interpretazione di Elio Germano nei panni di Luca Gualtieri il giornalista che parte volontariamente alla volta degli scontri così come di Claudio Santamaria nel questore delle forze dell'ordine Max Flamini.
Rappresentano forse le due facce della medaglia in cui oltre le motivazioni ideologiche o politiche esprimono le figure nodali per mantenere etica e verità dei fatti al centro dell'attenzione oltre le visioni faziose.
Film controverso e piuttosto criticato che ha portato
nelle sale cinematografiche eventi reali in cui non sono mancate polemiche o
revisionismi tendenziosi. Ciò che a noi importa è la capacità narrativa e
discorsiva di raccontare ciò che avvenne quella notte. A prescindere dallo svolgersi reale dei fatti è interessante
comprendere come Vicari abbia tentato di descrivere narrativamente il percorso
emotivo dei fatti: in un certo qual modo è riuscito a distaccarsi dal
documentarismo becero generando forse un intreccio vorticoso che alimenta la
tensione che quelle persone vissero quella sera attraverso l'alternarsi dei
blocchi messi in campo: da una parte le forze dell'ordine vittime e poi
carnefici così come dei manifestanti prima carnefici e poi vittime. Ma qui non
è questione di stabilire chi sia la vittima e chi il carnefice altrimenti
cadremmo nella trappola moralistica e faziosa di chi si schiera politicizzando
il discorso intellettuale. L'obiettivo è definire la capacità registica di far
parlare la macchina da presa a vantaggio di un discorso estrapolato dalla
realtà, dai notiziari riscrivendolo cinematograficamente.
E' un film corale in cui alcuni personaggi spiccano
sugli altri anche se divengono parte di un tessuto discorsivo che assorbe ogni
individualità e psicologia appiattendola al ruolo di appartenenza: pur
scorgendo contraddizioni o non accettando le proprie mansioni ogni personaggio
deve far i conti con le motivazioni che lo hanno spinto fin là e gli eventi
drammatici divengono il punto di impatto entro cui agire.
E' un film corale in cui alcuni personaggi spiccano
sugli altri anche se divengono parte di un tessuto discorsivo che assorbe ogni
individualità e psicologia appiattendola al ruolo di appartenenza: pur
scorgendo contraddizioni o non accettando le proprie mansioni ogni personaggio
deve far i conti con le motivazioni che lo hanno spinto fin là e gli eventi
drammatici divengono il punto di impatto entro cui agire.
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All'uscita del film come dicevamo sono state molteplici le polemiche: questo è stato determinato dall'appartenenza ad una posizione politica o faziosa che non era in grado di guardare obiettivamente il procedere discorsivo del film perché assuefatto dalle ragioni storiche che il film stesso ha messo in campo.
Scelta ambiziosa sicuramente e che in un modo o nell'altro era prevedibile che sarebbe andata in questo modo. Eppure arte e politica non dovrebbero ostacolarsi od influenzarsi. Nel gioco delle polarizzazioni potrebbe verificarsi l'attacco alla sceneggiatura od al potere delle immagini come scelte non dettate dallo spontaneismo creativo ma come scelta di giustificazionismo di parte: lo pseudo documentarismo o la rilettura storica potrebbero creare una sorta di revisionismo storico e cambiare l'ordine dei fattori sino ad una reinterpretazione dei fatti in chiave ideologica. Questo rischio è dietro l'angolo: ma come giustificare le idee di un regista? Dovremmo intervenire sul fatto che un regista sia di destra o sinistra? Se un film descrive eventi storici, fatti politici grazie anche a documenti filmati appartenerti ad un evento realmente accaduto come potremmo giungere al reale svolgimento dei fatti? La risposta credo sia semplice: un artista ed in questo caso un regista dovrebbe scegliere la trama del suo film per narrare casi individuali e non proporre un giustificazionismo specifico perché ciò porterebbe il suo operato ad un lavoro politico e non più artistico. L'operazione artistica per essere tale deve essere obiettiva, neutra, al di là delle parti e mettere in campo sfaccettature psicologiche e non prendere parte al dibattito politico altrimenti diverrebbe manifesto ideologico di una parte a scapito di un'altra.
Non stiamo discutendo del film di Vicari e tantomeno sul come andarono i fatti in quella fatidica notte: spetta al potere giudiziario ed alle forze preposte stabilire la verità dei fatti, chi ha commesso reato, abuso, violenza. E' vero che esistono i filmati, i documenti e le prove: ma in ogni caso sono aspetti che non riguardano l'impatto filmico. Già di per sé il film determina una scelta narrativa e questo non lo mettiamo in discussione: utilizziamo l'esempio di questo film ben girato per valutare quanto un'opera d'arte debba faticare per mantenersi pura, al di là del documentarismo o dalla possibilità di aprire inchieste postume soggette a revisionismi.
Se il cinema dovesse essere utilizzato dalle politiche con fini ideologici avremmo film di partito che attrarrebbero fazioni di destra o di sinistra ed in questo modo avremmo videoteche preferenziali in cui un film attrarrebbe solo adepti dell centrodestra o solo del centrosinistra.
Questo rappresenterebbe un vincolo ed un limite per il potere delle immagini. Credo che la giusta via sia nel mezzo: pur se la scelta di una storia possa apparire tendenziosa o portare l'opinione a confermare o porre dei dubbi sulle idee di partenza dico che il prodotto finale dovrebbe essere rivolto a tutti.
Chiunque dovrebbe accedere al significato dell'opera come dicevamo cercando nelle singole psicologie dei personaggi le vie autonome, i dubbi, le contraddizioni e le interpretazioni valide in tutti gli schieramenti pur mantenendo sullo sfondo la realtà dei fatti e in questo caso le immagini di repertorio che hanno documentato gli eventi.
C'è sicuramente stato tra gli spettatori del film chi sia stato presente al G8 e che sia andato a vedere il film nella speranza di rivedere cose non dette, nella speranza che il film dicesse come le cose avvennero. Ebbene dico che basta guardare i notiziari ma che il cinema sia altra cosa. Arte e politica possono sfiorarsi ma non devono incidere sulla narrazione filmica. Questo credo sia il cuore di ciò che definisco arte.
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Artisti della Guerra
Rubrica di approfondimento
Salvador Dalì
Visage de la guerre. Olio su tela (1040)
Museum Bijmans Van Beunigen, Rotterdam
Dai resoconti affermiamo che tale opera sia stata realizzata da Dalì nel periodo in cui si trovava in California e lo realizzò proprio nel momento di transizione tra la fine della guerra civile spagnola del 1936 e l'inizio della seconda guerra mondiale. In basso a destra venne firmata e la data 1940 stabilisce la prova del periodo in cui fu eseguita. Ora l'opera è conservata a Rotterdam nei Paesi Bassi presso il Museo Boijmans Van Beuningen e costituisce uno dei capolavori più controversi dell'artista per la tematica e la profondità dell'incubo che sembrava non lasciare l'artista privo di interesse.
Come suggerisce il titolo dell'opera il Volto della Guerra il tema centrale è l'abominio della guerra in cui è espresso l'incubo della distruzione, l'abominio della morte in cui l'uomo uccide l'uomo. L'artista pone al centro una testa umana realizzata con tre teschi incassati dentro le orbite e dentro la bocca che contengono al loro interno altrettanti teschi in una spirale infinita ove nessuna giustificazione logica domina incontrastata.
Una simile visione definisce la consapevolezza di Dalì al fatto che lo schema della guerra si ripeta infinitamente nel tempo: esisterebbero cioè periodi di pace in cui diviene forte la condanna ai soprusi ed alle ingiustizie di una guerra precedente e che poi a distanza di tempo nuove guerre vengano approvate dalla massa silenziosa.
Fasi di pace e fasi di conflitto che vanno ad alimentare nuove nicchie di mercato tenendo in conto il profitto e il denaro. E' ovvio che dopo una guerra gli stati mettano in campo piani economici di ripresa e che quando tutto sia stato riavviato convenga trovare delle ragioni per soverchiare tutto investendo nella macchina della distruzione.
Questo Dalì lo esprime con questa spirale di morte che infinitamente entra, implode si richiude sino a ripetersi entro sé stessa senza vie d'uscita.
Ma ciò non basta: l'artista pone intorno al volto una serie di serpenti che roteano entro questo scenario desertico e senza via di scampo. Industriali, uomini di potere, ed imprenditori vincono la propaganda politica favorendo la pace o la guerra in base all'occorrenza e ciò che resta è solo il desiderio dell'anima.
Solo chi la guerra la vive è consapevole del dramma che essa comporta: i reduci dallo scontro resteranno per sempre provati, delusi, malati. Entro una, massimo due generazioni i figli de figli di coloro che hanno ascoltato narrazioni dei reduci di una guerra restano sordi, passivi, annuendo col capo senza aver visto con i propri occhi lo scempio.
Ed è questa gente nata nel benessere, che è stata viziata da quei padri che hanno patito la fame, che hanno sofferto il freddo e che hanno visto la gente morire sotto i loro occhi o per mano loro che troveranno la ragione della diversità, della settorializzazione, dello scontro. Diverranno complici.
Il benessere dei paesi in ricostruzione attrae minoranze avvolte dalla miseria e si creeranno sempre ghettizzazioni, razzismo, desiderio di espulsione. Che la volontà di ricostruzione sia determinata dalla collaborazione tra i popoli.
Mi
vengono in mente parole dure pronunciate da partiti nazionalistici tedeschi che
parlano di Remigrazione: con questo termine valutano l'assurda idea di far
tornare nei propri paesi non solo quelle minoranze che non hanno ottenuto la
cittadinanza in quel determinato paese ma anche a coloro che figli di genitori
naturalizzati sono in occidente da due generazioni. Non è questa forse
un'estremizzazione di ciò che riporta a differenze razziali?
Vogliamo tornare alla ghettizzazione? Non venivamo da un mondo globalizzato in cui bastava andare in un territorio, lavorare, integrarsi e divenirne dignitosamente parte?
Torna la genetica a prestabilire quanto una discendenza appartenga effettivamente a quel dato territorio? Cioè dovremmo dimostrare il nostro albero genealogico per stabilire se un africano di terza o quarta generazione sia idoneo ad essere definito europeo? Essere nazionalisti sì ma razzisti è un'altra cosa: che sia l'individuo ad essere considerato e non idee aprioristiche.
Tornando al nostro dipinto Dalì pone sulla destra del cranio delle pietre che creano l'ingresso ad una grotta in cui pone la testa che si trova al di fuori della stessa e ancora in basso a destra l'impronta digitale dell'artista
L'incubo della morte, della differenza, della diversità tornano cadenzate a farsi sentire: Dalì visse l'epoca della dittatura franchista sino al secondo conflitto mondiale che culminò con lo sgancio della bomba nucleare.
Ed ora cosa dovremmo affermare noi intellettuali di questo tempo? Siamo nuovamente innanzi a questo volto mostruoso. La morte incombe su di noi mentre velivoli dei potenti fanno esercitazioni sui cieli di frontiera dichiarandosi guerra a vicenda in caso di infrazione.
La bomba dello scontro aleggia su vasta scala mentre nei noti scenari già la distruzione incombe da anni.
Siamo davvero disposti a cadere nuovamente nel baratro della disfatta? Quel volto anonimo che contiene tanti altri sé è lo specchio distorto di un male infinito che non smette mai di flagellare gli esseri umani.
Occhi tristi e bocca spalancata mentre al proprio interno si propaga altro male in una catena di dolori, vendette, sofferenze che non trovano conforto. L'unico modo per dimenticare è far finta di niente una volta che l'olocausto sia stato consumato e poi tutto ricomincerà.
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Storia del Fumetto
L'uomo Pipistrello
In origine Bat-Man ovvero l'uomo pipistrello è stato ideato da Bill Finger e da Bob Kane oltre che pubblicato dalla DC Comics nel 1939 sul numero 27 di una testata Detective Comics. E' diventato uno dei personaggi più controversi tra i supereroi riscuotendo successo anche nel mondo del cinema attraverso numerose pellicole che lo hanno reso protagonista a Gotham City in una serie di avventure contro nemici che mettono a repentaglio l'ordine pubblico. Bruce Waine è il ricco uomo di Gotham che decide dopo la morte dei genitori di combattere il crimine mettendo a disposizione le sue risorse e la sua personalità nella speranza di annientare nemici come Joker, Due Facce, Pinguin e tutta una serie di delinquenti che faranno di tutto per fargli perdere il controllo della situazione.

Critica della Critica
La ricerca dell'IO
Narcisismo e culto della personalità
E' risaputo che l'arte proietti aspetti intrinseci della personalità e che l'artista parli sempre di se stesso anche quando la sua lente d'ingrandimento sembra proiettata verso l'esterno.
Attraverso i suoi occhi, il suo sguardo, la sua concezione del mondo viene sempre messo in primo piano un taglio psicologico determinato dall'infanzia, dai fatti che risalgono alle proprie esperienze di vita, al proprio vissuto e che stilisticamente scaturiscano nei dipinti, nelle opere letterarie, nelle composizioni musicali.
Gli artisti utilizzano l'arte per confidare al mondo il proprio stato interiore mettendo al centro un super-Io anche quando credono di tenerlo imbrigliato: a parte coloro che hanno fatto di questa dimensione narcisistica il motore della propria produzione come nel caso di David Hockney, di Salvador Dalì sino a Andy Warhol o spingendosi verso la dimensione performativa come nel caso di Vito Acconci o di Marina Abramovic l'egocentrismo è diventato tratto distintivo e immutabile. Costoro hanno osato dove molti sono riusciti a mantenersi in disparte: la propria immagine è stata portata ad estreme conseguenze sino ad immolarsi, a divenire icona, firma addirittura di riconoscibilità e culto indiscriminato dell'arte stessa che loro testimoniavano in prima persona.
Una sorta di auto-celebrazione e auto-referenzialità che in un modo o nell'altro creavano il culto dell'artista stesso e del fruitore come di una sorta di adepto che visitando uno spazio espositivo con una sua immagine la tenesse religiosamente in vita.
Non è questa consuetudine necessariamente contemporanea: già Durer in una serie di autoritratti la mise in atto e così Rembrandt in cui la serie di ritratti che si fece esprimevano questo senso narcisistico al limite di un selfie moderno.
Che dire? La paura della morte e dell'invecchiamento hanno sempre giocato un ruolo importante e l'arte ha costituito una forma di espressione prossima al mantenere in vita, a stabilire un ponte tra il passato ed il futuro abbattendo le linee temporali eppure la qualità narcisistica degli artisti consiste nel tenere in piedi i conflitti interiori anche quando non è rappresentato il proprio volto: un paesaggio descrive simbolicamente uno stato interiore e così una natura morta; una fotografia parla di sé. In molti casi questa ossessione dell'Io giunge a conseguenze ed ogni artista in un modo o nell'altro cuoce nel proprio brodo.
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Approfondimenti:
Christopher Wool
Nato negli Stati Uniti nel 1955 sappiamo che negli anni Ottanta è entrato a far parte di tutta una schiera di artisti legati a tematiche post-concettuali: il suo rapporto con l'arte concettuale infatti è notevole dato il fatto che l'opera divenga simulacro di significazioni profonde. In questi termini è l'oggetto stesso dell'arte ad essere messo in discussione sino alla smaterializzazione stessa che mira poi al digitale; l'oggetto diviene sempre più malleabile, trasformabile e aderente ad una operazione estetica incondizionata. Wool è nato nell'Illinois e nel 1973 si trasferisce a New York iscrivendosi presso lo Studio School con Jack Tworkov ed Hanry Krane. Dopo un periodo di formazione tecnica e formale abbandonò gli studi inseguendo la sua ricerca personale ed affrontò il linguaggio musicale e del cinema aprendosi a nuove sensazioni ed esperienze di notevole impatto emotivo. Sappiamo inoltre che negli anni Ottanta fu assistente di un altro mostro sacro del calibro di Joel Shapiro divenendo celebre per queste tele di grosso formato su cui dipingeva grandi lettere nere stampate: dai dipinti di parole in cui definiva alliterazioni ovvero dividendo le parole entro griglie da cui prelevava vocali. Da queste sperimentazioni realizzò istallazioni sino ad approdare a dipinti astratti in cui fonde pittura e disegno, casualità e gradi di razionalità postuma allo sfogo dei sensi. A questo dobbiamo aggiungere una serie di atteggiamenti neo-pop a cui non dobbiamo separare il senso profondo della ricerca fotografica perché è nato nelle atmosfere cinematografiche ove spicca il contrasto tra bianco e nero.
Sperimentazione, costruzione e decostruzione della logica sono tematiche che riportano il linguaggio alla centralità e di come esso diventi elemento portante sino alla perdita progressiva della significazione iniziale: forse ereditata dall'arte di strada, dai graffiti le parole non sono altro che segni vuoti alla luce di una civiltà destinata a perdersi e dove un giorno le nostre lettere e parole non saranno più riconoscibili.

Comico (1989) Smalto su alluminio
