Trentaduesima Uscita Speciale: MODA 2025

COPERTINA



Primo Piano:
Moda & Surrealismo (Pagina 10)

ARCHIVIO:
Quando il MAXXI presentò:
MEMORABILE IPERMODA

Musacchio & Pasqualini
MUSA, courtesy Fondazione MAXXI (Pagina 4)
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Moda & Arte
Come l'arte influenzò la moda
Commistioni ed influenze artistiche
Sono tante le case di moda come Chanel, Jean Paul
Gaultier, Dior ed altri a collaborare con artisti coinvolgendoli nelle campagne
pubblicitarie, negli allestimenti sino all'impatto fotografico: ad esempio Dior
fu un grande estimatore dell'arte divenendo amico e collaboratore di grandi nomi
del passato come De Chirico, Max Ernst, Juan Mirò ed altri. Potremmo citare
Marc Bohan che nel 1984 si ispirò alle opere di Jackson Pollock sino a
Gianfranco Ferré che negli anni '90 diresse la casa Dior riprendendo mostri
sacri del calibro di Rembrandt; Cezanne sino a Tiziano. Altri casi ad esempio
vanno nella direzione di Yves Saint Laurent che si ispirò a Mondrian sino alla
pittrice Sonia Delaunay che spinse la propria Boutique Simultané che nel 1915,
esattamente un secolo fa a Parigi in cui trasformava i dipinti in tessuti con
l'obiettivo di portare l'arte verso la modernità. Un tentativo che rompeva la
distinzione tra cultura alta e bassa quasi a rompere lo schema che mettesse un
disegno di alta moda in una condizione di inferiorità rispetto ad un'opera
d'arte vera e propria. Ecco nel 1983 il Met espose i capi che Yves Saint
Laurent: aveva scommesso sulle opere neoplastiche stravolgendo la differenza
tra le arti. E questo avvenne per i futuristi, per la Pop Art se pensassimo al The Souper Dress (1967) di Andy Warhol ovvero
un abito esposto al Metropolitan Museum di New York.

La stilista rivoluzionaria
COCO CHANEL
Colei che stravolse gli schemi
Se dovessimo trattare di una vera e propria rivoluzionaria degli schemi della moda dovremmo subito parlare di Coco Chanel ovvero di Gabrielle Bonheur Chanel.
Nata nel 1883 a Saumer si impose nella moda come fashion designer: essendo volutamente scollegata dalla moda del tempo la stravolse dall'interno riportando eleganza e sobrietà secondo una linea classica che assorbiva nell'universo femminile elementi prelevati dalla moda maschile sino a dargli un nuovo orientamento stilistico.
Fu sinonimo di avanguardia e innovazione generando un
bricolage delle tendenze che non aveva precedenti: mentre la Sciapparelli ad
esempio si ispirava agli artisti del Surrealismo lei partiva da un concetto di
semplicità in cui la donna raggiungeva con gli abiti il proprio status sociale
di libertà.

Emancipazione e status sociale femminile
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Figlia di un venditore ambulante nacque in un ospizio per poveri e dopo la morte della madre lei ed i suoi quattro fratelli furono lasciati in giro tanto che lei e le altre due sorelline furono affidate alla Congregazione del Sacro Cuore.
Fu qui che iniziò a cucire le stoffe monacali e mandata a studiare arte presso una scuola di apprendimento per le arti domestiche: lavorò dapprima nel negozio di biancheria Maison Grampaye e dopo l'incontro con Etiennne de Balsan iniziò a produrre cappelli e pantaloni da cavallerizza ispirata dalla vita equestre . Dal 1909 la produzione di cappellini sontuosi la rese celebre nell'ambiente; a questo punto incontrò Boy Capel un industriale di New Castle che la incoraggiò e la finanziò a Parigi per realizzare i suoi sogni: aprì un negozio in cui produceva maglioni, vestiti e cappellini sino poi a trasferirsi a Deauville in cui produsse capi ispirata ai marinai.
Con la Grande Guerra le famiglie più facoltose andavano a Dauville da cui la conoscenza con Misia Sert la introdusse nel mondo intellettuale ove la fama oramai la precedeva.
La signora Serrt elogiò la giacca che aveva confezionato e da qui conobbe Pablo Picasso, Jean Cocteau, Max Jacob sino alla tragica perdita del suo amante morto in un incidente stradale.
Con la perdita di una sua sorella a causa dell'influenza spagnola si
dette al lavoro: definì il celebre monogramma sino alla frequentazione del Duca
di Westminster entrando ufficialmente nella Belle Epoque. Inventò il tubino
nero e negli anni
'20 creò lo Chanel N° 5 messo a punto con l'aiuto del profumiere Ernest Beaux
figlio del profumiere dello zar emigrato in Francia. A questo punto la Chanel Modes propose sul mercato il
prototipo della Garconne con materiali umili ma eleganti e portando la
lunghezza delle gonne sotto il ginocchio sino ad abbassare il punto vita con
l'utilizzo dei pantaloni femminili. A questo seguirono gli anni della depressione
in cui espose le creazioni della sua casa raggiungendo il pieno del successo.
Erano gli anni in cui collaborò con il teatro: dal Bel Ami di Maupassant ove
utilizzarono il suo celebre cappello di paglia sino poi a collaborare come
costumista per la tragedia di Jean Cocteau
ed altri. Dalla seconda guerra mondiale ove ebbe una relazione con Hans
Gunter von Dinklage del controspionaggio nazista che la avrebbe condotta in
Spagna e per relazioni con spie nemiche fu arrestata e rilasciata. Tornata sul
mercato c'era Dior con le sue stravaganze, Schiapparelli ma lei si ispirò alla
sintesi dando vita alla celebre Borsetta 2.55 prendendo come modello le giacche che gli stallieri usavano negli
ippodromi. Tutto andò avanti sino alla sua morte avvenuta nel 1971 in una
camera dell'Hotel Ritz: aveva ottantasette anni.
Venne sepolta nel cimitero di Bois-de-Vaux a Losanna in Svizzera. Lasciò la sua eredità alla fondazione Coga e la Maison ebbe tra i suoi gestori grandi nomi tra i quali spicca nel 1983 la direzione di Karl Lagerfeld.

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La strana coppia: la moda denudata
La morte di un gigante
Valentino & Armani: la fine di un'epoca

Il grande stilista Giorgio Armani, il Signor Armani, come è sempre stato chiamato dai suoi dipendenti è morto il 4 settembre 2025 circondato dalle persone a lui care. Dal lontano 1975 operava nel mondo della moda lasciando un'eredità smisurata che è già storia del costume internazionale. Sono stati celebrati i suoi funerali con tutti gli onori: lui che ha collaborato attivamente con il cinema, il teatro ottenendo riconoscimenti dal mondo della cultura. Dopo di lui resta un vuoto forse riempito da un altro titano: Valentino. Ricordate quando più di un anno fa Giorgio Armani Privè portava sulla passerella parigina la collezione Haute Couture en Jeu grazie alle sperimentazioni del designer su forme e colori applicati a novantadue abiti fondati su tessuti fluidi che rievocavano la nuance pop mentre dall'altra parte Valentino al Place Vendome mentre la scenografia evocava rose tridimensionali al suono della Casta Diva della Callas? Sfilavano abiti come vere e proprie sculture viventi nella sua ossessiva ricerca di perfezione. Due super-stilisti in una rivalità privilegiata da eletti del mondo della moda che si sono stimati a vicenda: quando Valentino ha compiuto novant'anni il suo rivale poco più giovane di lui gli ha fatto gli auguri di compleanno su una pagina Instagram con questo messaggio:" Buon compleanno a Valentino, uomo di grande tatto e sensibilità, che con il suo stile classico nel senso più alto della parola fa sentire belle le donne da generazioni". I due ambasciatori del Made in Italy. Purtroppo il primo gigante ci ha lasciati.
Da una parte Armani che con il pret-a-porter è diventato famoso ed unico in tutto il mondo partendo da quegli anni '90 in cui Milano viveva un momento magico e da allora tra i suoi minimalismi puliti e moderni allo stesso tempo ha reso la moda un'arte pari alle altre arti rivoluzionando l'abbigliamento formale quanto quello informale. Dall'altra parte Valentino che si presentò nel documentario di Matt Tyrnauer del 2007 intitolato Valentino, l'ultimo Imperatore con queste parole: "Ho realizzato il sogno della mia vita, creare abiti femminili" portando a compimento la sua missione di grande alla pari di Dior incentrando il suo stile sulla bellezza, raccontando la moda al cinema vestendo le sue Val Gals come Liz Taylor, Audrey Hebpurn sino a Jackie Kennedy ed al classico rosso Valentino ovvero ad una formula che include una punta di arancio, di porpora e di carminio. Due mostri sacri dell'arte della moda internazionale che hanno raccolto la fantasia di milioni di persone raccontando la propria visione del mondo, un mondo sicuramente migliorato con la loro stravaganza, la loro personalità, la propria dimensione creativa. E adesso? Siamo davvero lieti di avere avuto personalità di questo calibro nel nostro Bel Paese attraverso le quali possiamo dire di essere fieri perché non esistono eguali in questo ambito: la genialità italica riconosciuta nonostante l'incapacità di gestirla. Senza Armani l'universo della moda è denudato ma resta immutabile la sua visione. Valentino ha affermato: "Mi inchino al suo immenso talento. Alla sua incrollabile fedeltà a un unico stile: il suo".
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ARCHIVIO:
Memorabile IPERMODA
Si è conclusa a marzo 2025 la mostra della Fondazione MAXXI di Roma che aveva per oggetto il principio di Ipermoda: non intesa solo come atto di utilità ma di creazione artistica: esattamente come è stata concepita da Maria Luisa Frisa che in collaborazione con la Camera Nazionale della Moda Italiana ha organizzato questa mostra evento che celebra il mondo della moda dal 2015 ad oggi. Una sorta di riflessione visiva in cui l'exursus della moda dell'ultimo decennio torna protagonista rappresentando quelle che sono state le tendenze di una società in trasformazione. Dai temi dell'inclusività alla femminilità, dalla trasformazione dell'idea stessa di bellezza ai principi della sostenibilità l'abito diviene espressione di un'emotività che ha al centro idee e atteggiamenti sociali. Una ricerca complessa quella della curatrice dell'evento che ha voluto dare rilievo ad un concetto di moda espansa partendo dal testo di Timoty Morton intitolato Iperoggetti in cui l'autore ispirandosi a idee ecologico-filosofiche porta la moda ad essere intesa come estensione dello spazio e così ad un altro testo di Carlo Severi intitolato L'oggetto-persona. Rito memoria immagine che ha portato alla visione di oggetti-persona. Ed ecco scorrere grandi firme da Gucci di Alessandro Michele a Dior di Maria Grazia Chiuri, da Prada di Miuccia Prada e Raf Simons a Marco Rambaldi e Belenciaga di Demma sino a Giorgio Armani Privè solo per citarne alcuni.
L'ultimo decennio dunque è stato contrassegnato dal desiderio di generare immagini memorabili tentando la via di catturare l'attenzione soprattutto al tempo della velocità telematica: l'iper-sistema della moda viene messo al centro dell'attenzione al limite tra lo stile e la massificazione dei costumi. Elementi che la mostrano interessata soprattutto al lavoro degli indipendenti che trovano nella propria creazione il centro motore della propria produzione artistica.

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Il genio pensatore
Karl Otto Lagerfeld
" Se mi chiedi cosa mi piacerebbe di più di aver inventato nella moda, direi la camicia bianca. Per me la camicia bianca è la base di tutto. Tutto il resto viene dopo"
Nato ad Amburgo nel 1933 Legerfeld è stato un'icona della moda: riconosciuto per la sua creatività sin da quando era fotografo e poi come stilista ha rappresentato la stravaganza da una parte e lo stile dall'altra sino poi a diventare direttore prima per Fendi e poi per Chanel. Ci ha lasciati nel 2019 anche se le sue scelte artistiche fanno ancora discutere: sin dagli anni '80 si lanciò nell'arte fotografica tanto da pubblicare libri e ad aprire lui personalmente una libreria di fotografia ed una casa editrice. Estroso a volte bizzarro apparteneva ad una famiglia proprietaria di una banca d'affari svedese e pur se non rivelò mai la sua data di nascita gli estimatori giunsero al fatidico 1933; della sua vita privata sappiamo che negli anni '50 emigrò con la madre in Francia. Era il tempo in cui iniziò a lavorare per Dior vincendo una serie di premi sino ad investire i soldi di famiglia gestendo un piccolo negozio a Parigi sino a generare nel 1980 la propria etichetta Lagerfeld valida per vestiti e profumi e collaborando poi con la svedese H&M svedese. La sua linea di abbigliamento dapprima Lagerfeld Gallery e poi Karl Lagerfeld ebbe in breve tempo uno slancio pazzesco disegnando abiti unici al mondo e per il quale hanno sfilato le top model più importanti del pianeta.

Oltre un periodo come direttore per la Maison Fendi e la Maison Chloè in veste di fotografo era lui a scattare personalmente le fotografie per le campagne pubblicitarie e dal 2005 è stato protagonista del Signè Chanel un programma televisivo ispirato alle sue collezioni autunno/inverno 2004-2005 per giungere in Italia nel 2012. Poi nel 2006 oltre ad aver annunciato il lancio di una nuova collezione uomo-donna mostra la semplicità mediante l'utilizzo di jeans e di magliette attillate: da qui la pubblicazione di un altro libro dedicato Tadao Ando –Vitra House sino poi alle collezioni pensate per quattro stagioni. All'apice della sua carriera utilizza il gioiello Suzanne Belperron in calcedonio per la collezione primavera-estate tanto che il Museo delle Cere di Amburgo gli ha dedicato una statua al suo interno. E da qui il declino: a seguito delle pessime condizioni di salute fu dapprima ricoverato in ospedale ove morì per tumore al pancreas. Commemorato presso il Grand Palais ove è stato celebrato come una star immortale e dove hanno partecipato oltre duemila persone. Artista prima di tutto e stilista nella pratica.
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Riflessi post-globalisti sul mondo dell'arte e della cultura
La Moda è Arte?
Contraddizioni e relazioni della normalità
Se per Arte intendiamo quella espressione tipica dello spirito del tempo in cui maestranze di ogni livello ispirandosi a valori precostituiti o distanziandosi avanguardisticamente da questi presupposti in nome dell'innovazione aspirano ad una nicchia di riconoscibilità la Moda dal canto suo può a tutti gli effetti considerarsi una forma d'arte che ha per oggetto il modo di intendere i confini sociali, la vita di tutti i giorni ed un modo di interpretare l'epoca di riferimento. Eppure non è stato sempre così: un tempo si doveva far riferimento alle leggi Suntuarie attraverso le quali distinguevano l'appartenenza a differenti classi sociali invalicabili. Ad esempio nell'antica Grecia e così a Roma erano queste le leggi che codificavano il lusso mantenendo una sorta di ordine sociale distinguendo per diritto di nascita l'appartenenza a questa o quell'altra classe sociale. Un esempio particolare la Lex Oppia che nel 215 a.C. limitava l'utilizzo di oro sino alle carrozze per le donne affinché non manifestassero apertamente la loro ricchezza; pratica che si propagò nel Medioevo secondo cui era necessario censurare abiti poco consoni sino alle decorazioni così come all'abbondanza da non sottolineare nel corso di festività e celebrazioni prestigiose. La parola d'ordine era il contenimento pur se le condizioni economiche fossero state elevatissime: a Firenze ancora non si doveva esagerare con l'utilizzo di abiti pregiati così come nell'eccesso di colori che invece i nobili dovevano esporre nelle loro corti tanto che la regina Elisabetta I promulgò diverse leggi di contenimento affinché il lusso non fosse così dichiaratamente manifesto e che ognuno trovasse nel proprio modo di vestire la capcità di esprimere la propria appartenenza ad una classe sociale. Tali aspetti di auto-censura hanno in qualche modo sempre limitato l'universo della moda a qualcosa di subalterno a leggi etiche e morali destituendo la moda stessa a sotto-categoria non degna di entrare nel novero delle Arti Maggiori e decadendo via via nel semplice decorativismo imbellettato alla stregua di un'arte minore. Dunque la moda era relegata a sotto forma di espressione in cui il vezzo, il lusso così come la frivolezza ne contornavano la visione oggettiva. Eppure il fatto stesso di indossare qualcosa che ci rappresenti per via esteriore in ciò che siamo dentro è stato amplificato dal senso stesso del possedere quel determinato capo, di farlo nostro: allo stesso modo di come possiamo approcciarci ad un dipinto o ad un'opera musicale (che contemplandola semplicemente facciamo nostra) per come la viviamo psicologicamente sino poi a comprarla e renderla parte di noi stessi. La moda del resto genera stereotipi comportamentali che riflettono l'epoca di provenienza e il modo di concepire l'individuo nella sfera sociale: dalle grandi sfilate sulle passerelle più prestigiose sino ai capi dozzinali da grandi magazzini l'individuo è chiamato in causa a dare un'immagine di sé o per quello che decide in quel dato momento di esprimere. Dall'alta moda al modo in cui ognuno singolarmente sceglie di indossare la moda rappresenta la pluralità delle possibilità individuali in cui posizionare il proprio sé in una particolare tendenza: dal dark all'hippy, dal casual al classico, uomini e donne scelgono, assemblano, accumulano sino a cambiare giorno dopo giorno stile sino a mischiarli e ad abbandonarli progressivamente seguendo una scelta personale e del proprio stato interiore. La moda diviene uno strumento individuale di ricerca esteriore di codici introspettivi a cui poi l'Alta moda stessa si è progressivamente ispirata: oggi ad esempio la moda definisce l'idea di appartenenza ad un genere accedendo al lusso o a capi di lusso pur non appartenendo ad una determinata classe sociale: chiunque può accedere a quel determinato articolo di lusso senza leggi morali che veicolino tale scelta; unico limite può essere la mancanza del denaro necessario per acquistarlo ed esprimere in questo modo uno status, un modello, un modo di vivere pur non essendo parte di quel mondo sociale. Sarà sicuramente questa la ragione per cui soprattutto la generazione Zeta sia così attenta a capi firmati dai valori commerciali elevatissimi entro i quali dimostrare la propria apertura al mondo della moda. E' dai tempi della grande Rivoluzione Industriale proprio al culmine del pensiero illuminista che quelle leggi rigide di cui abbiamo descritto sopra sono via via decadute sino alla loro totale scomparsa. Con la diffusione del liberismo commerciale così come la diffusione di beni di lusso e del miglioramento demografico i costumi si sono democratizzati abolendo progressivamente le leggi Suntuarie. Nel tempo la moda è diventata a pieno titolo espressione d'arte universale a cui ognuno poteva accedere rispecchiandosi in modelli autonomi in cui manifestare il proprio stato di valori: l'identità, l'autodeterminazione così come il sentirsi parte di qualcosa è diventato centrale per qualsivoglia scelta del soggetto posto al centro del discorso (in quanto ognuno di noi sarà libero di scegliere, indossare e rinnegare con qualcos'altro). Persino lo stravolgimento di questi aspetti così come l'ambiguità, il gender di cui molti stilisti ne hanno sottolineato una sorta di ribellione al potere imponendo al soggetto una precisa identità. Ed allora ecco idee che hanno capovolto negli ultimi anni la tradizionale visione dei generi affrontando abiti secondo i quali il corpo umano è diventato espressione centrale di diritti e di non appartenenza a qualcosa di predeterminato: secondo queste manifestazioni l'io politicizza la moda nella scelta di ciò che indossiamo come bandiera di un'ideologia politica, espressione di un modo di essere e di vedere il mondo. Dunque la moda è un'arte universale capace di evidenziare il proprio modo di interpretare, di comunicare e di indurre l'arte stessa ad essere indossata e vissuta nell'ordinario.
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MODELLI CULTURALI & STEREOTIPI EDUCATIVI
Moda CURVY
Dall'LGBTQ+ all'equality sino all'international femminismo
Una delle ultime tendenze della moda è stata quella di allontanarsi da modelli distruttivi in cui l'anoressia e la bulimia regnavano sovrane oltre che all'assunzione di droghe ed antidepressivi da parte di modelle/i condannati a morire letteralmente di fame. Certamente in Italia lo standard di bellezza mediterranea già valutava una tipologia di fisicità più tonica e dalle curve evidenti sino poi ad una sorta di ritorno al passato in cui in contrapposizione alle tendenze anni '90 si andava verso il Curvy. Franca Sozzani richiese su Vogue Italia una rubrica sul curvy per dimostrare come anche una donna ordinaria e meno rinsecchita potesse divenire un modello di bellezza. E nello stesso tempo proprio sulle passerelle così come negli spazi riservati al mondo dello spettacolo diventano protagonisti individui non convenzionali: dall'LGBTQ+ al principio di equality sino all'international femminismo appunto affinché non esistano discriminazioni e la gente possa identificarsi in ciò che reputa opportuno. In questo caso si parla di Tokenism ovvero di una sorta di concessione data a modelli/e dalle diversificate tendenze di poter sfilare quasi a rappresentare quei gruppi discriminati che non trovano al momento una propria nicchia nella società ordinaria: ecco che avanzano le polemiche del politicamente corretto ma che nasconde alle sue spalle un ulteriore tentativo di appiattire i codici di etica normalità. Concepire un abito esclusivamente per un soggetto standard ovvero uniformato a preconcetti di bellezza indicherebbe valori discriminatori verso tutto ciò che si allontani da questi stereotipi.

Come dire: se un tempo era considerato aristocratica una pelle bianca perché lontana dalla faticosa vita nei campi (l'aristocrazia aveva modo di ripararsi dalla luce solare mentre i contadini erano perennemente abbronzati) così come l'essere opulenti (i ricchi mostravano il proprio status dal fatto che fossero ben nutriti a differenza dei contadini che pativano la fame); per molto tempo si sono ribaltati questi stereotipi alludendo ad una classe privilegiata abbronzata e magra. La moda era rivolta a coloro che potevano permettersela e i modelli che la moda faceva sfilare dovevano rappresentare una condizione esemplare scatenando una tendenza comportamentale. Soprattutto le donne di ceti meno abbienti simulavano questi codici comportamentali saltando i pasti o richiudendosi in quei dispositivi noti come lampade UV abbrozzanti. Nel corso degli anni si sono susseguiti casi di modelle famose morte lentamente per il semplice fatto di aver seguito diete estenuanti sino a diventare anoressiche e non mangiare nulla nel corso della giornata; sino a inchieste che hanno visto problemi di ragazze morte soprattutto tra i dodici e quindici anni per disturbi alimentari: caratteri che hanno sensibilizzato soprattutto il mondo della moda decidendo in controtendenza di portare sulle passerelle di tutto il mondo nuovi codici di identificazione. I temi dell'inclusività sono la piattaforma ideale da cui partire in vista della rappresentazione di quei corpi non conformi alla norma: la volontà consiste nel ricercare attraverso l'abbigliamento un senso di normalizzazione collettiva in cui ognuno possa sentirsi a proprio agio e non fuori posto. Dunque se il capitalismo ha imposto finora modelli standard di bellezza ora cambia rotta dicendo proprio dalle passerelle che ognuno stia bene con se stesso accettandosi così com'è: tutto questo senza cadere nel Fat Washing ovvero in tutti quei brand che parlano di inclusività senza rappresentarlo davvero! Dunque non deve essere solo una esteriorizzazione ma la moda che mette in campo una visione del mondo ha il compito di far sfilare persone di ogni taglia, sesso ed orientamento in generale e ad ogni situazione ideale spetta una propria rappresentazione e successiva identificazione. Ecco dunque come cambia il fashion system abbattendo l'ideale di bellezza alla Barbie e consentendo a nuovi prototipi che rispecchino invece la società reale. Dunque la moda diviene cantiere di un'educazione all'auto-accettazione in cui ciò che è diverso comprenda di esserlo come ogni altra persona: tutti diversamente uguali nella possibilità di rispettare ciò che è distante da noi eppur egualmente degno di essere accettato.
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Tendenze:
Elsa Schiapparelli e il SURREALISMO
La Schiapparelli fu la stilista novecentesca che prese come modello la corrente surrealista ed in modo particolare Salvador Dalì: è scritto che non cucisse vestiti ma plasmasse idee e grazie ad esponenti dell'avanguardia come Man Ray e Jean Cocteau trasformò l'idea della moda in qualcosa di unico. Dalla zip a vista sugli abiti sino alla linea intimo per giungere al 1936 quando creò la rosa shocking ovvero il colore che contraddistingueva il suo stile verso la metà degli anni '30 generò l'abito aragosta ovvero il primo abito surrealista sartoriale che fu scelto da Wallis Simpson per il corredo di nozze avvenute con il Duca di Windsor: il crostaceo tipico delle opere di Dalì esprimeva sensualità ed anticonformismo sino alla collezione Le Cinque ove presentava lo Skeleton Dress ispirato proprio ai bozzetti dell'artista ispanico. Tale abito è considerato il manifesto del Surrealismo perché servendosi della moda sfidava le convenzioni sociali sino poi a riversarsi nelle generazioni venture come fu dimostrato successivamente ed in modo particolare nel 1998 con stilisti del calibro di Alexander McQueen e Shaun Leane nel loro Spine Corset.

Woman's Dinner Dress (1937). The Philadelphia Museum of Art
In particolar modo nella collezione Le Cinque del '38 l'abito Tears Dress sembra a prima vista un abito elegante che in realtà genera inquietudine dati gli strappi e brandelli che sembrano lacerare la carne rievocando così atmosfere surrealiste. Parliamo quindi di un'opera d'arte indossabile che sfida le leggi tradizionali assolvendo sempre ad un principio avveniristico e di modernizzazione anticonformistica. La Schiapparelli dunque sperimentò un universo nuovo e senza precedenti sempre attuale per innovazione e coraggio di sfidare realtà fino a quel momento non sondate. Quando Elsa tornò in Europa nel 1922 era pronta a portare le proprie innovazioni nel campo della moda: in modo particolare fu Parigi il centro motore delle sue creazioni grazie alla frequentazione dello stilista Paul Poiret che le aprì un mondo. Fu così che a partire dal 1927 aprì un proprio atelier dando vita ad una prima vera e propria creazione: il maglione trompe-l'oeil che catturò l'attenzione della moda giungendo così sulle pagine di Vogue. Nel giro di poco tempo conquistò il mercato aprendo uffici e e negozi a Londra e New York sino ad attrarre personaggi celebri ed attrici del calibro di Marlene Dietrich e Greta Garbo. Nel 1934 fu coronata la sua carriera andando in prima pagina sul Time. Tornando a Cocteau generò negli anni successivi dei trompe-l'oeil che mostravano illusioni ottiche sino a creare giochi percettivi: dal disegno di due cappotti di Cocteau spiccava un disegno retrostante con il celebre profilo di due volti femminili che intrecciandosi tra loro formavano un vaso pieno di rose. Le rose in maniera particolare erano realizzate con nastri di seta con gradazioni diverse intervallate poi da foglie verdi. E per chiudere il cerchio tale composizione poggia su una colonna greca in cui il surrealismo diviene cifra portante sino ad ispirare ai giorni nostri stilisti desiderosi di citare tali innovazioni. A differenza di Coco Chanel che era nata in un ospizio di poveri la Schiapparelli era di origini nobili ed il senso aristocratico che metteva al centro della sua produzione era sempre evidente forse per distinguersi da Coco sua eterna rivale: la madre apparteneva alla aristocrazia napoletana e questo aspetto lo portava dentro. Se da una parte era evidente il sangue blu secondo cui diceva che a sua volta fosse discendente 'de Medici non era da meno quello del padre che proveniva da intellettuali piemontesi tanto da desiderare in gioventù di diventare attrice e ripiegando verso la poesia. Da qui al Collegio Svizzero da cui il trasferimento a Londra e poi a New York sino poi al suo approdo a Parigi fu la svolta dove l'incontro con Gaby, moglie di Picabia e proprietaria di una boutique le aprì la strada alla creazione. L'arte nutrì il suo talento precoce giungendo così a metterlo a frutto seguitando le maestranze artistiche con le quali iniziò un percorso proficuo.
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Storia del Fumetto
Disney e la Moda

La Disney ha da sempre ed inavvertitamente portato avanti un discorso implicito legato al mondo della Moda: se pensassimo solo a Topolino ad esempio verrebbe in mente Vivienne Westwood nel suo Mickey and Minnie Dress in cui Rei Kawakubo portò le orecchie del topolino durante la passerella nel bel mezzo della Fall Winter del 2013; e così Gucci che trasforma il topo più famoso del mondo in una borsa. Ma non finisce qui: Dolce & Gabbana nel 2014 descrissero le favole Disney tra le note dello Schiaccianoci di Tchaikowsky e così il cerbiatto Bambi messo al centro da Givenchy nel 2019. Ma la sequela di personaggi disneyani continua con La Bella e la Bestia, con Cenerentola, con Biancaneve ed Alice nel paese delle meraviglie: sempre nel 2019 Zendava nel Met Gala ha portato sulle passerelle un vestito di Tommy Hilfiger che riproponeva in chiave moderna Cenerentola sino al centenario per cui Swarovski ha riproposto le scarpette di cristallo di Cenerentola facendole indossare Lily James per non parlare di Schiapparelli che ha dato vita ad una collana-scultura fatta in ottone dove dominavano cristalli per celebrare la favola di Bianca e Bernie. A questo dovremmo aggiungere ancora Shannon Abloh moglie del designer trapassato Virgil Abloh che ha donato una scultura in metallo colorato che rappresenta Topolino nei panni dello stregone di fantasia. Sono tante le celebrità affascinate da Topolino in particolare come Margot Robbie, Paris Hilton sino a Lenny Kravitz ed al compiano John Lennon. Alla fondazione degli Studios della Disney Brothers Cartoon Studios e successivamente della Walt Disney Company i due fratelli mai avrebbero immaginato di entrare in questo modo nelle griglie della cultura ufficiale così come della sottocultura: i suoi personaggi non hanno divertito solo i bambini ma sono diventati icone viventi dell'arte. E dall'arte alla moda il passo è stato immediato. I designer più influenti che hanno collaborato con le case di Moda più prestigiose al mondo si sono ispirati a questi personaggi descrivendo qualità concrete in cui la fantasia prende forma e si materializza in abiti, accessori e dettagli in cui il mondo favolistico diventa reale e dove chiunque può diventare personaggio fantastico.
Critica della Critica
Atteggiamenti dell'arte oggi
La crisi della moda
Intelligenza Artigianale
Tra i segnali di una crisi profonda che riguarda l'economia italiana c'è anche quella della moda che rallenta dopo anni di crescita esponenziale: qualche tempo fa presso il Milano Fashion Global Summit intitolato "The New Rules" gli addetti ai lavori hanno discusso del fatturato globale e dei capovolgimenti che determineranno una progressiva flessione di oltre il 3,5 per cento rispetto all'ultimo triennio: è decaduta in un momentaneo stallo tanto da far sperare addirittura ad una rinascita l'anno prossimo. Per far questo è da considerare nuovamente il lavoro delle maestranze, dei piccoli artigiani così come di tutta una filiera che mette in campo qualità e differenza. Eppure i nuovi piccoli artigiani del futuro potranno continuare a vivere nelle proprie realtà di riferimento senza distanziarsi dalla globalità, dalla tecnologia e dalla possibilità di mantenere in vita le proprie tradizioni pur proiettandole ed esportarle attraverso la rete. Le parole d'ordine restano sempre qualità ed innovazione soprattutto variando sul piano della distribuzione: essendo cambiato il mercato globale il presidente di Tod's Diego della Valle sostiene che dai tempi della pandemia il lusso abbia cambiato pelle perché dal piano generale è diventata protagonista la persona in quella che lui definisce Intelligenza Artigianale. Dunque la moda ed in modo particolare proprio quella italiana ha il compito di portare avanti i propri marchi, i propri brand, la propria capacità che nei decenni precedenti ci ha contraddistinti in termini internazionali e dopo questo momentaneo arresto per via della concorrenza e dei cambiamenti finanziari dettati dall'economia globale lo scopo è rialzarsi virando su altre scelte e responsabilità. I dati della Confartigianato sono sconcertanti pensando a aziende prestigiose che hanno visto un calo di vendite soprattutto all'estero scatenando un effetto domino che ha intaccato progressivamente non solo la produzione ma anche gli ordini sino alle assunzioni: sicuramente i governi hanno tentato la via del contenimento di tale disastro attraverso interventi necessari a scongiurare il tracollo totale del settore. Eppure tutto ciò non basta: dalla macro-crisi si scende nei piccoli negozi che chiudono grazie anche al calo delle vendite al dettaglio ed all'interruzione della catena di approvvigionamento. Da una parte la risposta è stata l'e-commerce e l'aumento delle vendite online ha favorito questo calo esponenziale anche se dall'altra parte grossi brand hanno invece usufruito proprio di questi nuovi meccanismi utilizzando le piattaforme digitali per mantenere acceso l'interesse dei clienti. La crisi creativa sembra il più pesante: dal lusso considerato punto di forza ora il quiet luxury ovvero il lusso tranquillo cambia il modo di intendere la scala dei valori al punto da rimettere in discussione le certezze precedenti.
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Storia della moda:
Le Top Model che hanno fatto la differenza

La storia della moda è vasta e difficilmente può essere introdotta in poche righe: eppure dovremmo partire dai red carpet attraversati da quelle che un tempo erano mannequin ovvero di anonime figure che si muovevano tra i divani. Si trattava di quelle indossatrici che dal dopoguerra giunsero sino a Chanel la quale creò una scenografia fatta di scalinate e specchi che evidenziassero lo stile ed il portamento delle sue proto-modelle; fu a cavallo degli anni '60 e '70 che iniziarono ad essere riconosciute per la loro bellezza e ad avere un'identità tanto che negli anni Ottanta erano oramai considerate delle celebrità. Pensiamo a Gianni Versace che si circondò di top model che non solo si limitavano ad indossare ma che interpretavano ciò che indossavano: vennero fuori nomi come Naomi Campbell, Carla Bruni, Claudia Shiffer, Cindy Crawford sino ad Elena Christensen (come è ravvisabile dalla foto in cui Donatella Versace celebrava la scomparsa del fratello) avvenuta nel 2018. Da questo momento in avanti le modelle avevano un ruolo decisivo nella scelta del brand e da semplici indossatrici a direttrici imprenditoriali: le passerelle diventano trampolino di lancio per il cinema pensando alla nostra Monica Bellucci sino a Kate Moss che generò un'agenzia per creare modelle e talenti in questo mondo. Dagli anni 2000 la moda significa creare punti di riferimento in cui le modelle parlano alla propria community denunciando il proprio stato emotivo sino a promuovere campagne di beneficenza od a scopi umanitari. L'assetto della moda è cambiato ed i fautori di questo universo hanno il compito non solo di promuovere il loro prodotto ma anche di rappresentarlo attraverso influencer che richiamino l'attenzione generale oltre che apportare consenso ma che rispecchino anche la volontà del proprio pubblico, dei sostenitori, della community affinché venga nutrita e assecondata come richiede. L'alta moda influenza il gusto della collettività. Eppur nonostante polemiche o pensieri diversificati ammettiamo che si tratti un' industria efficiente che mette in campo maestranze, competenze e idee al servizio di una società in crescita: la moda partorisce modelli comportamentali per le nuove generazioni e ciò che sfila sul tappeto rosso diviene elemento da imitare, da echeggiare o accennare in qualsiasi nostra libera scelta.
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Curiosità stravaganti:
Alta moda e pret-a-porter si influenzano a vicenda
o rappresentano due facce della stessa medaglia?

" Oh, ma certo ho capito: tu pensi che questo non abbia niente a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l'hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell'azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti…in mezzo a una pila di roba" questo dice Miranda Priestly interpretata da Maryl Streep nel celebre film Il diavolo veste Prada.
Dalle passerelle più prestigiose al mondo sino ai diffusissimi grandi magazzini ne passa eppure ci rendiamo conto che dalla Milano Fashion Week al New York Fashion Week oltre che le grandi tendenze mosse tra Parigi e Londra siano proprio gli stilisti a rievocare il look tipico di una fase storica: a volte esuberanti altre estrose queste sfilate dettano legge pur se con accenni pomposi che la gente comune stenta a ripetere. Seguendo questo presupposto la moda non deve essere presa alla lettera da una parte per l'eccessivo valore di capi firmati dall'altro perché dalle passerelle dovrebbe essere presa in considerazione una tendenza e non il modo di vestire specifico altrimenti diventerebbe omologazione e tutti vestirebbero allo stesso modo. In questo senso viene alla mente il grande stilista Pierre Cardin morto a novantotto anni nel 2002 il quale distinto dagli altri per la sua qualità di sperimentatore unisex aveva trovato spunti già a partire dagli anni '60 con il suo stile futurista che attualizzava con materiali particolari come plastica e vinili così come per il suo famosissimo bubble dress: fu tra i primi a pensare ad intere collezioni per i grandi magazzini aprendo l'alta moda ad un pubblico più ampio. Da questo discorso si apre il concetto di pret-a-porter ovvero di abiti pronti da portare ovvero di abiti che segnano il passaggio dalla sartoria artigianale così come del vestito fatto su misura a quello industriale con la standardizzazione delle taglie e che avviene nella produzione in serie. Furono gli americani a introdurre questo tipo di lavorazione poi ripresa da Yves Saint Laurent che negli anni '60 la introdusse nel proprio universo di diffusione commerciale. Per il biennio 2024/2025 si trovano accessori come borse classiche, foulard e ciondoli messi in campo da Miu Miu e Balenciaga sino alle gonne a matita dette pencil skirt in cui sembra tornare agli anni '70 così come torna in auge il jeans con l'orlo ripiegato a vista; ancora il revival del camoscio usato da Chloé che da vita allo stile boho-chic sino ai tailleur pantaloni ed alla borsa a secchiello come accertato dalle passerelle di Gucci, Louis Vuitton e Prada. Ancora le scarpe Puma superando le Adidas e Nike a tinte come il marrone ed il bordeaux in un'atmosfera austera che rievoca il look cool british con riferimento alla giacca barn. Ma l'elemento che contraddistingue il 2025 è il magione polo. Dunque rispondendo alla domanda l'alta moda costituisce il fondamento da cui la grande industria diffonderà nel tempo sul mercato.
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Approfondimenti:
Yves Saint Laurent
" Non dobbiamo mai confondere l'eleganza con l'essere snob".
Quando lessi per la prima volta questa affermazione mi saltarono alla mente differenze insormontabili come tra lo Chic associandolo a ciò che Yves aveva generato ed il Cheap ove vengono alla mente negozi massificati in cui comprare articoli copiati dall'alta moda è possibile: copiare, clonare o simulare esempi che provengono dall'eleganza attraverso oggetti di scarsa qualità e fattura. Yves questo lo aveva capito molto bene. Certo la moda, l'alta moda era rivolta all'élite ma sapeva anche che questo prodotto potesse essere commercializzato e reso accessibile anche alle classi sociali meno abbienti. In questo modo con la venuta del pret-a-porter distinta dalla haute couture di rivolgersi alle masse ed esserne un apripista. E' considerato uno dei più grandi stilisti di tutti i tempi che dalla Francia ha portato un nuovo modo di concepire la moda stessa. Nacque in Algeria nel 1936 e sin da subito manifestò il proprio interesse per il disegno generando costumi per i personaggi di un teatrino creato da lui. Sappiamo che partecipò a diciassette anni ad una competizione presieduta da Hubeert de Givenchy e da Christian Dior da cui salpò nel mondo dell'alta moda: Micheal de Brunhoff ovvero il redattore di Vogue lo presentò a Dior divenendone l'assistente. Da qui la sua carriera fu determinata da uno stile compatto, indipendente, comodo, moderno tanto che negli anni '60 aprì la propria Maison presentando poi una collezione firmata Yves Saint Laurernt. Fu lui a creare il tranch ispirato alla Grande Guerra così come agli accenni all'arte di Piet Mondrian sino allo smoking da donna ed agli accenni a Picasso, a van Gogh tanto da spingere il Moma di New York a considerarlo tra le mostre di punta del 1983. Lui affermava che la moda non fosse arte ma che per fare vestiti fosse necessario essere artisti: il suo rapporto con l'arte infatti era fondamentale tanto quanto la dedizione a maestri come Matisse, Andy Warhol e icone che fanno parte dell'immaginario comune. Il suo essere schivo, silenzioso, osservatore ed uomo eclettico ha rappresentato lo standard del suo operato tanto da affascinare altri stilisti come la stessa Coco Chanel che lo definiva il suo erede. Creatore di uno stile unico e riconoscibile ha rappresentato globalmente l'eleganza, l'innovazione pur mantenendo sempre in vita la sua passione per la letteratura, il teatro in un connubio multiforme e privo di limiti. Dopo un periodo di malattia si spense a Parigi nel 2008 per tumore al cervello all'età di settantuno anni e dopo la cremazione le sue ceneri sono state sparse nei giardini Majorelle di Marrakech in Marocco. Ecco che il presagio dello stilista si è poi avverato: lo chic e cheap data la crisi del potere d'acquisto si sono fusi nel cosiddetto cheapchic attraverso l'impiego di grandi firme come Zara, Mango, H&M che seguono l'alta moda rivolgendola al popolo a bassissimo costo.

